• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Passa alla barra laterale primaria
  • Passa al piè di pagina
  • Luoghi
    • Italia
    • Europa
    • Mondo
    • A letto con ALIBI
  • Mostre
    • Arte
    • Fotografia
    • Storia
  • Spettacoli
    • Teatro & Cinema
    • Musica & Danza
  • Biblioteca
  • Interviste
  • Egitti

Alibi Online

Voi siete qui: Biblioteca » Coscia esplora il fallimento dei grandi: “Soli eravamo”

29 Agosto 2015

Coscia esplora il fallimento dei grandi: “Soli eravamo”

“Essere all’altezza del fallimento” s’intitola uno dei capitoli del libro di Fabrizio Coscia, Soli eravamo, che a molti mesi dalla sua uscita continua ad attirare l’attenzione dei lettori. Cosa tutt’altro che scontata, perché il suo è un piccolo editore (Ad Est dell’Equatore) e perché il libro rappresenta una possibilità della scrittura non molto esplorata in Italia. Attraverso la propria formazione, di educazione alla vita, l’autore incrocia storie di grandi e grandissimi dell’arte, della musica e della letteratura. Presi tangenzialmente però, per nuclei narrativi a volte laterali ma indiziari di modi di essere e di concepire l’arte (si direbbe: più il suo valore di esperienza, il suo ‘significato’ per la vita, che la mera gestione dei problemi tecnici). Così Coscia, tornando su Kafka o Bill Evans, su Joyce o Vermeer, riesce a regalare ore di piacere denso e ricco di prospettive: perché apre a tante suggestioni da mettersi a cercare dischi e cataloghi d’arte e altri libri fra gli scaffali.

Nel capitolo di cui si diceva all’inizio c’è un po’ il cuore di questa impresa (anche garbatamente malinconica – come malinconici sono spesso i suoi eroi, fino ai Radiohead, il più grande gruppo degli ultimi vent’anni). Coscia è troppo avveduto per non sapere che fallire è un’esperienza di cui ogni scrittore farebbe volentieri a meno, ma che il fallimento, a meno di non finire nella disperazione, può essere un viatico interessante per altri approdi.

“Il fallimento rivela più cose di quante non ne nasconda il successo”.

Soli eravamo di Fabrizio CosciaCome dimostra il caso del poeta Robert Browning – per citare un nome meno noto al pubblico medio, che di questa scarsa notorietà avrebbe sofferto già per una lunga parte della vita, a fronte del successo della moglie Elisabeth Barrett. Nei suoi monologhi drammatici Browning avrebbe dato voce “a una larga schiera di falliti: fanatici religiosi, ciarlatani, artisti rovinatisi con le proprie mani, amanti traditi, cattivi poeti, insani uxoricidi, sofisti, mascalzoni di varia natura, viaggiatori caduti in disgrazia, truffatori”. Attraverso queste voci si rivela una verità “spezzata in sfumature prismatiche”. D’altra parte Silvio D’Arzo, autore di un racconto, Casa d’altri, che molti, fra cui Montale, hanno ritenuto fra i migliori della letteratura italiana, ebbe ciononostante una vita letteraria disastrosa. Cui cercò strenuamente di non soccombere, continuando a scrivere fino allo schianto di una morte prematura. “Il fallimento stesso ci può rendere perfino più umani, e più disponibili alle infinite possibilità della vita”, scrive ancora Coscia. E torna su Čechov che non crede più di tanto agli apprezzamenti di Tolstoj, il quale giudicava amabilmente i suoi racconti (non il suo teatro, che disprezzava senza infingimenti) solo perché – era il sospetto dell’autore de Il gabbiano – “sono come giochi di bambini”.

Coscia, pur scrivendo di grandissimi, in questa sua autobiografia intellettuale privilegia insomma lo scarto minore, la svolta laterale, il destino misconosciuto. Come quella del garzone di Caravaggio, Francesco Boneri, detto Cecco, che impariamo a conoscere per via del quadro Amor Vincit Omnia e di altri che seguiranno. “L’uomo che sacrificò il suo talento alla venerazione di un genio” ne condivideva la natura canagliesca e aveva tentato di impararne l’arte non fino al punto però di strappare i confini di quell’ombra troppo grande in cui sarebbe rimasto rinchiuso per sempre.

E molto rischiò Marcel Proust, che nel libro torna più volte, anche per l’ammirazione sconfinata che nutriva per quel meraviglioso dipinto che è la Veduta di Delft di Vermeer. Rischiò di non guarire dall’innamoramento e dalla perdita del suo segretario, il giovane Albert Agostinelli, trasfigurato nella fuggitiva Albertine della Fuggitiva, cui regalò persino una Rolls-Royce e un aeroplano per tenerlo a sé. Ma al giovane Agostinelli bastò un volo per finire annegato in mare. Sono storie bellissime queste di Soli eravamo; leggetele.
Michele Lupo

Fabrizio Coscia
Soli eravamo
E altre storie su Rimbaud, Kafka, Joyce, Leopardi, Proust, Dante, Woolf, Hopper, Tolstoj, Caravaggio, Keats, Evans, Vermeer, Radiohead, Mozart
Ad Est dell’Equatore
2015, 217 pagine, 12 €
www.adestdellequatore.com

Tweet
Share
0 Condivisioni

Archiviato in:Biblioteca

Barra laterale primaria

Articoli recenti

  • A Milano tornano “I giorni dell’ostinazione”
  • “Le armoniose stagioni” di Vivaldi al Conservatorio di Torino
  • “La più bella. La versione di Elena” di Brunella Schisa
  • Recensione del romanzo “Orbital” di Samantha Harvey
  • Da Miraggi “Pabitele”: i racconti di Bohumil Hrabal

Footer

INFORMAZIONI

  • Chi siamo
  • Contatti
  • Informativa privacy & Cookie

La rivista online

ALIBI Online è una rivista digitale di turismo culturale, diretta dal giornalista Saul Stucchi. Si occupa di mostre d'arte, storia e archeologia, di cinema e teatro, di libri di narrativa e di saggistica, di viaggi in Italia e in Europa (con particolare attenzione alle capitali come Parigi, Madrid e Londra). Propone approfondimenti sulla cultura e la società attraverso interviste a scrittori, giornalisti, artisti e curatori di esposizioni.

Copyright © 2026 · ALIBI Online - Testata giornalistica registrata al Tribunale di Milano; reg. n° 213 8 maggio 2009
Direttore Responsabile Saul Stucchi