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Voi siete qui: Biblioteca » Da Il Piviere un bel manuale per “leggere” le nostre rocce

8 Febbraio 2013

Da Il Piviere un bel manuale per “leggere” le nostre rocce

È noto che l’occhio umano coglie e individua, in quel che teoricamente potrebbe vedere, solo ciò che il cervello è in grado di riconoscere (solo ciò per cui sono state attivate le necessarie connessioni sinaptiche, insegna il biochimico Edoardo Boncinelli nel suo saggio La vita della nostra mente).
Van Gogh è stato grandissimo nel dipingere gli ulivi, una volta che ha imparato a (ri)conoscerli – ma al suo primo arrivo in Provenza, nel febbraio del 1888, ecco cosa scriveva al fratello alludendo evidentemente al sesto d’impianto regolare di un uliveto scorto nei pressi di Tarascona: “Nelle forre di quelle rocce erano allineati alberelli tondi dal fogliame verdastro o grigioverde, che potevano anche essere limoni”. Per apprezzare appieno – per “leggere” nei dettagli – un paesaggio occorre quindi disporre delle necessarie nozioni: non solo di botanica, ma anche di geologia. Sovente, passeggiando sui sentieri del nostro Appennino alessandrino, si scorgono particolari conformazioni di roccia, che attirano l’attenzione e che potrebbero dirci molto sulle “vicissitudini” del luogo – sempre che siamo in grado di comprendere quelli che Maurice Mattauer ha definito i “messaggi di pietra”.
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Un grosso aiuto in tal senso ci viene dal bel manuale di Eugenio Poggi Rocce della Liguria, pubblicato dalle edizioni Il Piviere. Perché la Liguria come paradigma di una (complessa) realtà geologica? Perché questa regione, come annota l’autore, “rappresenta dal punto di vista geologico uno dei più importanti settori geografici a livello italiano ed europeo, poiché è stata luogo di numerosi eventi che oggi consentono di poter osservare lungo tutto il suo territorio un’ampia varietà di rocce molto diverse a contatto tra loro ed appartenenti ad ambienti geologici completamente differenti”. Insomma: addestriamo il nostro sguardo sulle rocce liguri e poi passiamo ad esercitare la capacità di osservazione così acquisita su altre aree geografiche.

Il libro è costituito da due parti. La prima fornisce un’introduzione generale alla geologia, con approfondimenti sulla struttura e sull’evoluzione del pianeta e con un’ampia trattazione sia della classificazione delle rocce che dei processi naturali da cui esse sono derivate: il tutto accompagnato dall’illustrazione della terminologia di settore, indispensabile per comprendere la parte successiva. La seconda parte è infatti costituita da schede tematiche delle diverse tipologie di rocce, nelle quali vengono indicate le principali caratteristiche e vengono forniti gli elementi (comprese numerose fotografie) per il riconoscimento sul campo.
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Dalla parte introduttiva si ricavano informazioni che possono stupire: per esempio, che la teoria della tettonica a placche, percepita oggi come “classica”, è stata invece formulata solo alla fine degli anni Sessanta (quando, ad esempio, chi scrive era già in terza elementare!) o – interessantissimo a sapersi – che il calore interno della Terra non è l’ultimo vestigio del “Big Bang”, ma deriva principalmente dal decadimento (ossia dal processo per raggiungere un maggiore equilibrio energetico che subiscono alcuni atomi di un dato elemento chimico con massa atomica differente rispetto a quella “comune” per lo stesso elemento chimico) degli isotopi radioattivi presenti nel mantello, cioè nella parte di pianeta compresa tra la crosta e il nucleo.

rocce_coverLe schede sono invece utilissime per individuare direttamente la natura di una roccia che ci si trova di fronte in una passeggiata. Ecco, dunque, che aiutandomi con questo manuale posso descrivere così l’affioramento che ho incontrato sotto il monte Barrilaro, lungo la stradina che, dipartendosi dalla provinciale che transita per la località Montebore del Comune di Dernice (AL), consente di raggiungere la frazione Costa Merlassino del Comune di Cantalupo Ligure (AL) – ed anche in cima al monte stesso (si vedano le due foto sopra): “paraconglomerato monogenico, con clasti arrotondati di dimensioni centimetriche e di colore grigio, cementati da una matrice pure grigia”. Allo stesso tempo, posso apprendere che i conglomerati sono rocce sedimentarie formatesi sia in ambiente deposizionale subaereo (continentale) sia in ambiente subacqueo (marino), che la forma tondeggiante dei clasti (elementi detritici litoidi derivanti dalla disgregazione di rocce preesistenti) indica una maturità tessiturale elevata – quindi un trasporto lungo e selettivo durante la sedimentazione -, che il colore grigio potrebbe derivare dalla presenza di elementi carboniosi…

Molto interessante, per noi alessandrini, scoprire (a pag. 157) che esiste un minerale denominato “palenzonaite”, o apprendere che il crisotilo (silicato idrato di magnesio più comunemente noto come “asbesto” o “amianto”) non è “pericoloso” in tutte le serpentiniti (varietà di rocce metamorfiche), ma solo dove la sua presenza in forma di fibra respirabile “asbestiforme” è maggiormente significativa rispetto alle altre componenti – “fasi mineralogiche” – della roccia (lizardite, antigorite). Insomma, per citare un celebre verso di Guccini, “la materia di studio sarebbe infinita”, ma libri come questo contribuiscono non poco a meglio conoscere e decodificare la realtà che ci circonda. Approfittiamone!
Marco Grassano

Eugenio Poggi
Rocce della Liguria
Il Piviere
2011, 235 pagine
15 €

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