“Il tipo stesso dell’uomo tragico” scriveva Benjamin Fondane negli anni Trenta del secolo scorso a proposito di Arthur Rimbaud in una biografia che era in realtà un bellissimo, controverso saggio sul senso stesso di un’esperienza poetica e di un’esistenza irripetibili. Il libro si può leggere nella collana “Ritratti” dell’editore Castelvecchi, che va recuperando titoli classici delle monografie otto-novecentesche. Anche se proprio la parola monografia era indigesta a uno come Ford Madox Ford e al grande Joseph Conrad suo amico, del quale volle scrivere una sorta di “romanzo su”: d’accordo con l’autore di Vittoria e Cuore di tenebra riteneva che di uno scrittore si potesse scrivere solo artisticamente – scarsa acribia per la documentazione, le date o le citazioni. Insomma, ritratti “classici” ma tutt’altro che biografie pedanti quelle di cui stiamo parlando. Per esempio, quello di FMF su Conrad è un lavoro impressionista su uno scrittore impressionista. Che procede per episodi concentrati e improvvise fughe, divagazioni e salti temporali. Che fa una selezione di elementi forti – in gran parte ricordi personali del loro rapporto – così come dovrebbe fare un romanzo – era un’idea che avevano entrambi, peraltro autori di tentativi narrativi a quattro mani. Così come entrambi guardavano a Maupassant e a Flaubert quali esempi di stile. Dai quali imparano per esempio che la stupefazione di un lessico insolito brucia la tensione narrativa, non meno che il ricorso a luoghi comuni e parole abusate.
Nel libro in questione Conrad appare come il conservatore che conosciamo (per questo maltrattato dalla critica marxisticamente orientata – laddove Nabokov lo bocciò come un autore kitsch, anche se non usò quel termine: ad avviso di chi scrive, sbagliava di grosso). Che non crede alle rivoluzioni e ci tiene a passare, lui polacco, per una sorta di gentiluomo inglese. Non vede di buon occhio le suffragette e diventa membro dell’Accademia Britannica – la sola cosa che Ford Madox Ford sembra rimproverargli davvero.
Quanto al Rimbaud di Fondane – pensatore ebreo di origini rumene, discepolo di Šestov: veggente sì, Rimbaud, ma per un tempo breve, brevissimo: forse solo un istante. Nient’altro sarebbe stato possibile del resto non a Rimbaud ma a chiunque, per quanto “spiritualmente” avventuroso, fosse desideroso di sfondare gabbie limiti barriere dell’umano. Una canaglia, come recita il sottotitolo. O forse un santo che però è costretto – in totale consapevolezza – ad arrendersi all’evidenza di un fondo torbido, violento: abietto. Evidenza che poi i sacerdoti del culto rivoluzionario – le avanguardie che se ne appropriano – disconoscono per non mettere a rischio le fondamenta del loro edificio. Benjamin Fondane svela il trucco dei Breton che credono di replicare (scolasticamente) il modello e non si rassegnano alla sconfitta dello stesso Rimbaud, che non è nemmeno il convertito in punto di morte di cui blatera la sorella. Il ritratto è in verità un viaggio fatto anche per se stesso, per Fondane, pensatore magari marginale ma non privo di genio; e per guardare nell’abisso delle possibilità umane. A suo avviso l’esperienza estrema del grandissimo poeta di Charleville va oltre il maledettismo (se Fondane sapesse della paccottiglia rockettara che gli è stata accostata mezzo secolo dopo!) e la fondazione del moderno. Nemmeno in questo libro abbondano i fatti, benché ci si trovi di fronte a una vita singolare. Fondane cerca di interpretarlo, Rimbaud (in realtà nega di farlo, ma cercare di capire cosa significasse davvero la Lettera del Veggente questo è, interpretazione). Evita però di trascinarlo per la giacca, di prendere partito. E la passione con cui affronta il sublime bifolco resta magistrale, in un’apparente perpetua oscillazione fra l’empatia e la diagnosi brutale. Di un uomo diviso in una duplicità lacerante: fra la rivolta e l’orrore di chi fa esperienza della follia, che irride la morte e Dio (un’ontogenesi fulminea nella catena filogenetica della nicciana morte di Dio) e con lo stesso ardore si dà al commercio spietato di armi. Che confessa il fallimento dei suoi progetti di mago e angelo caduto nell’inferno. L’uomo che pensa contro se stesso e rifiuta la poesia come esercizio: perché uno che ha sognato, delirato una barbarie sovrumana (nientemeno che “la verità”) non può finire accontentandosi dello stile. Il nobile polacco Joseph Conrad forse no, ma il suo Kurtz lo avrebbe inteso benissimo.
Michele Lupo
Ford Madox Ford
Conrad
Castelvecchi
192 pagine, 17.50 €
Benjamin Fondane
Rimbaud la canaglia
Castelvecchi
190 pagine, 17.50 €