Due titoli recenti e interessanti dell’editrice Il Mulino sull’arte. Due libri molto diversi e proprio per questo stimolanti nel confronto non voluto e tangenziale fra intenzioni e progetti; il primo sulla relazione fra arte e potere lo hanno scritto il sociologo Alessandro Dal Lago e l’artista Serena Giordano e il titolo, L’artista e il potere (Episodi di una relazione equivoca) se fa pensare a tutta prima a un’ennesima rimostranza del buon maggiordomo Ariosto vessato dallo sbrigativo cardinale d’Este, a un report insomma sulle angherie subite dal primo tramite il secondo, propone invece uno sguardo disincantato su un rapporto ben più problematico, ambiguo, contraddittorio. Secondo i due autori infatti l’arte e i suoi facitori difficilmente hanno saputo o persino voluto sottrarsi alle lusinghe del potere – la loro manifestandosi piuttosto come una volontà di potenza più o meno mascherata e diversamente articolata.
Dal filosofico destino annunciato da Nietzsche alla correlazione strettissima fra arte e denaro rintracciabile in esperienze contemporanee, da Warhol (“Essere bravi negli affari è la forma d’arte più affascinante”) a Jeff Koons, il travaso fra i due ambiti si traduce spesso in osmosi, giusta la lezione di alcune grandi corti del passato. Per non dire dell’ambizione artistica di storici leader politici: spesso fra loro “voler essere scrittori” è apparsa una malattia diffusa laddove le avanguardie (con la sola eccezione forse del dadaismo) che dovevano sfasciare il mondo o almeno la tradizione estetica raramente si sono risparmiate la tentazione di guadagnare il potere che dicevano di voler scalzare (si parte dal gesto dirompente e si arriva al museo).
Gli esempi di questa ambiguità nella relazione fra arte e potere (“un vero e proprio loop” lo definiscono gli autori) sono molti; valga per tutti la vicenda dell’architetto e designer cinese Ai Weiwei che ha pagato anche con la prigione la sua critica al potere di Pechino ma la cui azione quest’ultimo ha in qualche modo – sottile e silenzioso, va da sé – lasciato emergere per esempio sollecitandolo a fargli aprire un blog (con qualche ritorno inconfessato, tanto da giustificare la proposizione a pag. 95 del libro: “il denaro: un’aura materiale capace di neutralizzare ogni conflitto”).
Non potrebbe essere più diverso l’approccio del filosofo Stefano Poggi nell’indagine compiuta sulle radici dell’arte astratta, L’anima e il cristallo. Se Dal Lago e Giordano lavorano per exempla sparsi nel tempo e nella geografia, Poggi si concentra su una particolare stagione della storia dell’arte e con ciò stesso della storia culturale tra fine Ottocento e primi due decenni del secolo scorso. Quanto è materialista lo sguardo dei primi tanto insiste sulla dimensione spirituale il secondo, che pure non prescinde da Nietzsche pur trovando nel suo primo maestro, Schopenhauer, una matrice fondamentale che lo studioso indaga nei suoi sviluppi fino a Klee e Kandinsky.
Proprio su quest’ultimo le analisi per vie traverse finiscono per convergere: l’aspirazione all’ordine sottolineata da Giordano e Dal Lago indirizza il grande artista russo verso un ruolo di leader spirituale mentre Poggi, che sociologo non è, ne legge l’avventura nel segno di valori intrinseci alla concezione artistica: antinaturalismo e decisività del colore ben al di là di ogni cogenza del disegno che lo avvicina all’astrazione della musica in una pura cifra spirituale, perciò stesso – a suo avviso, e a parere di Poggi – non compatibile con l’accademia. L’arte astratta dunque nascerebbe dalla “nostalgia di una totalità”: una mistica, “un ordine che è come quello secondo cui si ordinano le molecole di un cristallo”.
Michele Lupo
Stefano Poggi
L’anima e il cristallo. Alle radici dell’arte astratta
Il Mulino
184 pagine, 19 €
Alessandro Dal Lago e Serena Giordano
L’artista e il potere. Episodi di una relazione equivoca
Il Mulino
272 pagine, 18 €