L’agonia di una malattia mortale, quella della madre, un rapporto impervio con il padre, un matrimonio fallito senza alcuna possibilità di riscatto, la percezione disturbata fino allo schifo fisico di un’invasione del propri spazi vitali – una città del Montenegro presa d’assalto dalle orde dei turisti: intorno a questi luoghi e rapporti si sfalda la voglia di vivere del protagonista e io narrante de Nel nome del figlio, breve romanzo di Andrej Nikolaidis, montenegrino tradotto in Italia dalla Zandonai.
Non ci sarebbe da ridere dunque in questo libro, a meno di non seguire il tipo nelle sue paturnie fino allo spasimo e assistere all’acribia con cui si dà da fare per imbattersi in un’umanità macerata, sbrindellata e più folle di lui: mignotte, fanatici di improbabili dèi, lebbrosi… Ti verrebbe fatto di pensare che lo faccia apposta – più di quanto non cada in un umorismo involontario. Perché al rischio della lagna incombente su una vita di merda fa da contraltare l’asprezza di una parola chiara quanto basta per rinfrancarci: “L’unico scopo del pianto è l’autocommiserazione che sa procurarci il massimo compiacimento, un umido orgasmo a seguito di una masturbazione emotiva”.
Il personaggio medita, dunque, come un tardivo nipote degli esistenzialisti – scopre che la condizione naturale è lo sporco, che siamo costretti a lavarci ogni giorno e sembra soffrire di questa entropia intrisa qua e là – questo il limite – di troppa nostalgia umanistica. Disprezzare gli umani e poi farsene un cruccio – avesse avuto più coraggio, avesse fatto a meno di troppe evocazioni musicali, sarebbe stato più convincente.
Michele Lupo
Andrej Nikolaidis
Nel nome del figlio
Traduzione di Sergei Roic
Zandonai
113 pagine, 11 €