Tristezza; amarezza; volgarità: sono i tre termini che mia moglie ripete nel raccontarmi il suo ritorno in un bar del centro che nel frattempo ha cambiato gestione, acquisito da un grande azienda.
Come ogni mattina dei fine settimana, si è alzata comunque molto presto ed è andata a correre, per poi dirigersi verso uno dei musei cittadini con l’intento di ammirare l’esposizione temporanea di un’opera d’arte nella quiete di un orario che non prevede ancora una significativa affluenza.
Lungo la via che attraversa uno dei quartieri più ricchi della città, non poche persone anziane, tutte vestite con grande eleganza, si godono la passeggiata prima che la calura insopportabile, innaturale e perdurante che affligge Milano come tutta l’Europa in questo giugno allarmante renda la loro uscita una circostanza pericolosa per la salute.
Una donna molto alta e la sua badante cingalese molto più piccola camminano e conversano con un’espressione felice dipinta sui volti. Scegliendo un gesto fine quanto pieno di orgoglio, la longilinea signora procede non senza fatica limitandosi ad appoggiare con una leggera pressione il palmo di una mano aperta sul braccio della propria accompagnatrice.

Il bar che mia moglie ricordava accogliente, un po’ retrò e fornito di buoni prodotti artigianali per la colazione è adesso imbruttito da scritte e loghi chiassosi e il bancone offre soltanto le troppo diffuse brioches surgelate che vengono frettolosamente e malamente riscaldate nel forno a microonde. Mentre banconisti poco cortesi servono i clienti, tre giovani donne dell’Europa orientale lustrano meticolosamente gli arredi, guidate e incitate dalle urla sguaiate del titolare o responsabile del locale.
Non c’è posto per sedersi, fatta eccezione per la metà di tavolino lasciata libera da un uomo di mezza età vestito impeccabilmente come se dovesse presentarsi alla riunione del Consiglio di Amministrazione di un’importante società. Mia moglie si avvicina titubante all’unico spazio disponibile dove appoggiare la propria tazza di macchiatone, temendo di dover condividere la piccola superficie, anche se per poco, con un avventore troppo in sintonia con il nuovo spirito dell’esercizio.
L’uomo si dimostra in realtà schiettamente gentile, la invita ad accomodarsi e a prendersi tutto il tempo che le piace e le occorre, quindi si dedica di nuovo alle pagine del quotidiano, che legge con una intensità che gli contrae i tratti del viso. Sono aperte sulle notizie del catastrofico terremoto che ha appena colpito il Venezuela. Poi, di scatto, alza la testa e come mosso da un’urgente, intima necessità, si rivolge a mia moglie.
Che dolore, comunque, leggere il giornale. A volte mi chiedo perché mi ostini a comprarlo e leggerlo tutte le mattine.
Lei annuisce e conferma. L’uomo riprende la lettura per una manciata di secondi ed ecco che subito ricomincia a parlarle, lo sguardo assorto e un po’ fuori fuoco di chi si stia rivolgendo tanto a un’interlocutrice quanto a se stesso.
Ma forse lo so, forse lo so perché continuo a comprarlo e a leggerlo. Per cercare di essere ancora capace di provare compassione.
Giovanni Granatelli
I libri più recenti di Giovanni Granatelli sono Nomi, cose, musiche e città (Arkadia, 2023), Resoconto. Poesie 2002-2022 (Scalpendi, 2023) e Spostamenti. Prose e racconti (Nardini, 2022).