Seconda parte del reportage di Marco Grassano, dopo le tappe a Valencia e Malaga.
GRANADA
Siamo una comitiva numerosa, stipata in due autopullman che partono insonnoliti alle sette del mattino – un’ora in cui, come dicono qui in Spagna, “non hanno ancora messo le vie” -, ma una volta arrivati a Granada, ci riduciamo al solito gruppo di fedelissimi.
L’Alhambra è bella aldilà di ogni superlativo: i ricami di pietra e stucco dei soffitti e delle pareti, i cortili in cui giochi e riflessi d’acqua danno prospettive di infinito a portici ed edifici, le sale decorate come capolavori di cesello, la sinfonia di alberi e di fontane dei giardini del Generalife… tutto ci dà una immagine quasi assoluta di quello che dev’essere il paradiso arabo.
In confronto a questo prodigio architettonico, gli altri monumenti della città (la cattedrale, la tomba dei re cattolici) perdono tutto il loro fascino, ed è con gli occhi e la mente ancora pieni delle meraviglie viste durante il mattino che li visitiamo, dopo un frugale ma lentissimo pranzo in uno dei tanti “mesones” per studenti del quartiere universitario.

Poi passeggiamo un po’ per Granada, e quando ci accorgiamo dell’ora dobbiamo correre tra vie sconosciute alla ricerca del pullman che ritroviamo grazie all’aiuto di un brigadiere della “Guardia Civil”, il corrispondente spagnolo dei nostri Carabinieri.
Torniamo a Malaga stanchissimi, ma la Alhambra rimarrà scolpita nella nostra memoria come uno dei massimi capolavori prodotti dall’Umanità.
CORDOVA
Abbiamo noleggiato due automobili (siamo in tutto una decina di persone) e ci stiamo dirigendo verso Cordova “lontana e sola” con andatura pigra. Alla guida dell’automobile su cui sto anch’io c’è Marcus [1], un tedesco un po’ bizzarro ma di sentimenti straordinari (mi racconta di aver passato un anno e mezzo assistendo come volontario un invalido, un uomo che, dopo essere rimasto paralizzato in seguito a una caduta, era stato abbandonato dalla moglie e dalla figlia), che si esprime in una incredibile e pittoresca macedonia di lingue.
La prima immagine della città l’abbiamo girando per le vie in macchina, alla ricerca di un parcheggio. Ma appena ci siamo liberati dell’ingombrante veicolo, possiamo avere un contatto più diretto con le cose.

Iniziamo a visitare il monumento più famoso, l’antica moschea araba successivamente adibita a cattedrale (naturalmente, per entrare si paga: la Chiesa è povera, e per sopravvivere ha bisogno del contributo dei fedeli e dei turisti).
Così di primo acchito, la moschea non è gran cosa, se confrontata con la Alhambra, ma pian piano ci accorgiamo che in fin dei conti questo labirinto di colonne ha un suo fascino discreto, e quando arriviamo al muro di fondo (la Qibla) con il suo Mihrab (la nicchia verso cui ci si inchinava per pregare), ci rendiamo conto che ha anche una sua bellezza: le decorazioni, per quanto limitate a questa parte, non hanno nulla da invidiare a quelle del palazzo granadino.
Il “Cortile degli Aranci”, al lato della moschea, è bello, e ancor più bello è il panorama che si gode dall’alto del campanile (cui si accede dopo aver pagato un altro pedaggio): le piccole case dell’antico quartiere ebreo, il parco sulle rive del largo e lento Guadalquivir che serpeggia ai bordi della città fino a passare a poche decine di metri dalla moschea…
Dopo aver pranzato alla bell’e meglio, ci inoltriamo fra le viuzze del quartiere ebreo, e finiamo col fare come quei viaggiatori che nel deserto girano in cerchio e si ritrovano sempre al punto di partenza. Ci sediamo allora in una antica piazza con una fontana traboccante e muschiosa.
Non si vede un’anima viva all’infuori di noi. Il pomeriggio digrada lentamente nella sera, e la stanchezza aiuta a far affiorare i sentimenti, a creare un’atmosfera raccolta. Ci cantiamo canzoni tenui, un po’ malinconiche, di ambienti lontani e tinti di crepuscolo, la storia di Suzanne che ti accompagna al suo posto in riva al fiume, dove tu puoi sentire il rumore delle barche che passano ed ascoltare l’acqua dirti che la ami da sempre [2].

Per lunghi istanti, prima di deciderci a visitare la piccola, antica sinagoga in rovina, rimaniamo in silenzio, con le orecchie tese al mormorio della fontana, cercando di decifrare il messaggio dei nostri cuori. E quando più tardi usciamo dal vecchio edificio e partiamo per Siviglia, qualcosa di dolcemente nuovo si è destato in noi.
Seconda parte. Segue
Marco Grassano
Note
- Marcus Collmer, di Monaco. Nella macchina, anche Didier, studente francese di Economia, e Maria Grazia, di Casale Monferrato. Con lei, ovviamente, parlo in italiano. Invece, Sonja cerca di far pronunciare al bavarese Marcus – con effetti grotteschi – espressioni del proprio dialetto carinziano.
- Naturalmente, si tratta del celeberrimo brano di Leonard Cohen.