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Voi siete qui: Biblioteca » Recensione di “La pioggia a Cracovia” di Simone Consorti

1 Maggio 2020

Recensione di “La pioggia a Cracovia” di Simone Consorti

Come immagino molti di voi, anch’io sto approfittando della clausura imposta dall’emergenza Coronavirus per leggere. Un po’ di tutto: dai grandi classici come l’Anabasi di Senofonte a saggi come “Il destino di Roma” di Kyle Harper. C’è spazio e tempo anche per qualche romanzo, una finestra sul mondo là fuori. È il caso per esempio del romanzo breve – o racconto lungo – “La pioggia a Cracovia” di Simone Consorti, edito da Ensemble che ha pubblicato anche “Silenzio” di Patrizio Nissirio.

Simone Consorti, La pioggia a Cracovia, Ensemble

Nell’alternarsi di punti di vista dei due protagonisti, un senzatetto e un fotografo, l’autore ricama un delicato disegno della città polacca. Chi sono i due personaggi? Cosa li unisce? Cosa pensano e sognano, sperano o temono, ricordano o vorrebbero dimenticare? Il lettore lo scopre di pagina in pagina dai loro racconti, aperti o più spesso reticenti, dalle mail recapitate e dalle lettere scritte e da quelle forse mai lette.

Consorti insegna in un liceo e si occupa di “street photography”: ha realizzato esposizioni fotografiche in Italia e in Russia. “La pioggia a Cracovia” è uscito all’inizio del 2019, a vent’anni dal suo libro d’esordio, intitolato “L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto'”, pubblicato nel 1999 da Baldini e Castoldi.

Come scrittore ama i giochi di parole (l’Orlando da Furioso si trasforma in Curioso), gli accostamenti studiati, le pose e le pause calibrate. La pagina è costruita proprio come una foto. Ed entrambi i protagonisti fanno lo sforzo di “riscattare” la propria vita, nel duplice significato di affrancare, liberare da qualcosa di opprimente e insieme di fotografare di nuovo, con la speranza di ottenere un’immagine migliore.

Come sanno i fotografi (ma anche i semplici appassionati come il sottoscritto), questo non significa necessariamente – anzi, quasi mai – una foto più dettagliata o più nitida. Vuole dire invece un’immagine più evocativa, in grado di raccontare di più mostrando di meno.

Autoritratto di Simone Consorti
Autoritratto di Simone Consorti

I due protagonisti scoprono di avere molto in comune, soprattutto la fotografia e una storia d’amore finita male. Il fotografo scrive mail a Bianca, in cui la aggiorna su come procede il lavoro che sta svolgendo a Cracovia. “A parte il servizio, sto immaginando un progetto più ampio: l’idea di una vera e propria mostra sta prendendo forma, anche se fa strano usare questa espressione per un lavoro sulle persone che si nascondono e, in alcuni casi, si dissolvono. Il titolo che ho in mente è Svanendo“.

Ma la distanza non sembra giovare e la pausa di riflessione si riempie di momenti d’angoscia, di inviti a ritrovarsi che restano inascoltati. E così vacilla anche il nome del progetto che potrebbe diventare “L’amore riflesso”, “Il mare in una pozzanghera” o “La pioggia a Cracovia”…

Nemmeno il vagabondo se la passa bene. La vita di strada ha regole inflessibili, proprio come quella di chi ha un tetto sopra la testa. La libertà dagli orari e dalle convenzioni sociali si paga cara. Lui ha due panchine che considera “sue”, una delle quali reca una targa sbiadita con la dedica alla poetessa che si è meritata il Nobel per la letteratura.

Con una punta di cinismo – o forse di pudore – sostiene che “si può sopravvivere anche senza la poesia polacca contemporanea!”. Ma poi finisce per citarli, i versi di Wisława Szymborska: “Non c’è vita che, almeno per un attimo / non sia stata immortale / La morte è sempre in ritardo / di quell’attimo”. Più difficile (o addirittura impossibile) è sopravvivere senza amore: vissuto, sperato o anche solo ricordato e rimpianto.

Come lo scrittore libico Hisham Matar, una volta alla settimana il vagabondo entra nel museo per visitare un unico quadro, in quello che sembra un “confronto all’americana”. Di fronte ha la “Dama con l’ermellino” dipinta da Leonardo da Vinci.

“Sono tornato a vedere il quadro. Un giorno che vuole ce la porto; di lei non mi sento geloso. Però, a parte che c’è la linea gialla, non deve avvicinarsi troppo, perché per me è l’oggetto più intoccabile del mondo, anche se, per la verità, più che un’esperienza artistica, più o meno intima, io lo vivo come un confronto all’americana; infatti posso vederlo ma lui no. Lo posso scrutare e, anche se è l’unico in quella sala, confrontare. Posso prendermi il mio tempo, per considerarne i colori, i tratti, tutti i minimi particolari”.

Io non sono mai stato a Cracovia, né ho voluto aspettare ore in coda per ammirare Cecilia Gallerani quando è tornata a Milano, molti anni fa (era il 1998). Le ho invece fatto visita quando è passata a Madrid insieme ai tesori della storia di Polonia, in mostra al Palazzo Reale.

Oltre all’ombra di Wojtyła e all’enigmatica “Dama con l’ermellino”, le vie di Cracovia sono sfondo per le esistenze di personaggi evanescenti come la ragazza dai capelli nerissimi ma spesso rapati a zero, Padre Jakub che con la mano “tiene fermi i pensieri”, l’uomo con il bicchiere in bocca e il padrone del locale, il finto prete, i poliziotti e i controllori, ciascuno dei quali si merita la propria galleria di ritratti.

Saul Stucchi

Simone Consorti
La pioggia a Cracovia
Ensemble
2019, 106 pagine
12 €

www.edizioniensemble.it
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