Dal bellissimo catalogo di SE, abbiamo riletto due classici della critica rimessi sul mercato in queste settimane. Sotto il segno della Russia, non potrebbero però essere più diversi fra loro.
Il saggio di René Girard Dostoevskij. Dal doppio all’unità (per la prima volta tradotto in Italia per gli stessi tipi nel 1987) e Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Il problema Majakovskij di Roman Jakobson. Il secondo più pacificato nella ricezione critica successiva, per certi aspetti anzi seminale; l’altro più controverso, dato il peso si direbbe oggettivo dell’autore de I fratelli Karamazov e l’approccio assai deciso del filosofo francese in una chiave cristiana (tuttavia propria all’autore esaminato).

Cosa fa Girard? Legge l’avventura letteraria ed esistenziale di Dostoevskij come un percorso accidentato, tormentatissimo ma orientato in una non equivoca direzione. L’opera (in parallelo alla biografia), procede in un faticoso cammino di autorivelazione e consapevolezza, da un’origine confusamente romantica, avvolta nelle tenebre di una pericolosa dissociazione, a un’illuminazione definitiva delle opere maggiori.
Nei primi libri di Dostoevskij, uomo angustiato come i suoi personaggi, Girard ha modo di dispiegare il proprio approccio ermeneutico (riassumibile nel celebre Menzogna romantica e verità romanzesca): la teoria del desiderio mimetico, per cui il desiderio stesso è mediato dalla presenza di un altro che mira allo stesso oggetto.
In questo senso va vista la figura del doppio (per esempio ne Il sosia): vortice psichico in cui si mescolano rivalità, gelosia, frustrazioni. Il mediatore indirizza (portando l’altro a imitarlo) ma ostacola nello stesso tempo il desiderio del protagonista. Una condizione, questa – caratterizzante in particolare il moderno – in cui secondo Girard il soggetto, mancando Dio, si lascia frantumare in un caos autodistruttivo.
Col succedersi delle opere, risulterebbe invece evidente la strutturazione in fieri dell’opera dostoevskijana in un edificio, incerto nei suoi momenti costruttivi, contraddittorio, sempre problematico ma sostanzialmente teso verso una prospettiva unitaria: il personaggio abbandona il mediatore e si ricompatta in un sempre più deciso approdo alla fede in Dio.
“I motivi ossessivi delle opere del periodo romantico e della corrispondenza siberiana” mostrano come nella prima fase Dostoevskij pare rischiare più volte il crollo psichico, da cui pare affrancarsi scrivendo i Ricordi dal sottosuolo (“opera infinitamente ricca e varia”). Il percorso è soggetto a rimozioni, ripensamenti, eruzioni incontrollate dei tumulti psichici più rischiosi.
Per fornire al lettore di questo articolo esempi di tale movimento, soffermiamoci sull’analisi di un piccolo grande libro come L’eterno marito, “storia di un notabile di provincia che dopo la morte della moglie parte per Pietroburgo allo scopo di ritrovarne gli amanti”.
Esso, nell’ottica girardiana, offre l’esempio palmare di come agisca il desiderio mimetico e produca una torsione psichica terribile “che mette pienamente in luce il fascino che esercita sui protagonisti dostoevskijani l’individuo che li umilia sessualmente”.
Scrive Girard: “Il masochista non può ritrovare la stima in sé stesso se non con una vittoria clamorosa sull’individuo che lo ha offeso; ma questo individuo acquisisce ai suoi occhi dimensioni così favolose da sembrare contemporaneamente l’unico capace di procurare quella vittoria”.
Il male in tutto questo, la tragedia che può produrre il doppio, è l’inevitabilità della scissione. “L’offeso è condannato a girare senza fine intorno all’offensore, a riprodurre le condizioni dell’offesa e a farsi offendere nuovamente”. Perché? “Perché è immensamente vanitoso e orgoglioso (…) Il prestigio che attribuiamo a un rivale troppo felice è sempre la misura della nostra vanità.”
Ora, il mondo del grande scrittore è notoriamente abitato da Umiliati e offesi, libro nel quale la psicopatologia dell’autore raggruma sordidezze e impasti del subconscio più oscuro – col tempo, secondo Girard, egli sarà in grado di portare alla luce le sue contraddizioni, le intenzioni, “la poetica” diventerà più omogenea agli esiti oggettivi.
Rispetto alla retorica sentimentale di Umiliati e offesi, la fase finale – decisiva – dell’opera “Stana l’orgoglio e l’egoismo dai loro nascondigli; denuncia la loro presenza in comportamenti che somigliano, fino a trarre in inganno, all’umiltà e all’altruismo”. L’approdo ultimo nei Fratelli Karamazov chiude il cerchio della lettura tutta cristiana che Girard fa di Dostoevskij. “Il diavolo è totalmente oggettivato, espulso, esorcizzato”. Libro controverso quanto si vuole ma di indubbie seduzioni critiche.
Formalmente lontana la cifra stilistico-ideologica del volumetto Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Il problema Majakovskij (1930), in cui il grande linguista Roman Jakobson analizza la poesia e il suicidio dell’amico Majakovskij, inserendolo in un contesto storico-politico preciso.

Vicino ai formalisti russi da cui prese l’abbrivio un approccio il più possibile stretto sullo studio diretto e tecnico dei testi, già nella scrittura serrata, secca del pamphlet (almeno a leggerla nella storica traduzione di Vittorio Strada) Jakobson esibisce un tono diverso da quello di Girard.
Non che manchi intensità drammatica, anzi: l’epilogo prematuro della vita del poeta rivoluzionario s’inscrive in una vicenda storica che ne accomuna il destino ad altri grandi interpreti di una stagione insieme terribile e meravigliosa (nelle speranze ahinoi tradite).
L’opera potente dell’inquieto Majakovskij è tutta tesa verso il futuro, oltranzista e insofferente verso il byt nell’accezione negativa di abitudinarietà e stagnazione, laddove lo stesso poeta della quotidianità intesa come interpretazione poetica della vita concreta, reale si faceva volontario cantore (per approfondire il tema del byt, si legga lo splendido, recente Il paese di Putin di Gian Piero Piretto già recensito qui su ALIBI).
Poeta unitario, nuovo, coraggiosamente originale, il più decisivo della sua epoca, uguagliato solo dall’epico, infelice Chlebnikov (forse un po’ troppo severo il critico verso Pasternak e Mandel’štam, ritenuti autori di una “poesia da camera, che non accenderà una creazione nuova”).
I due, come Blok, Esenin, Gumilëv e altri sono tutti dentro quelle temperie storica, in cui poeti anche in un primo momento vicini alla rivoluzione ne furono invece uccisi (o, per rubare la formula che Artaud applicò a Van Gogh, suicidati dalla società).
Morti precoci, esperienze umane e artistiche sovrabbondanti rispetto alle esigenze del politico, la cui irreggimentazione si scontra nel caso di Majakovskij soprattutto con la soggettività lirica di un uomo che non sa non vuole non può adattarsi alla vita.
Intimamente rivoluzionario, il poeta, anche nella sua arte, lo fu più del bolscevichi – non gli sarebbe bastato mai un nuovo ordine dall’alto, nemmeno il migliore possibile.
Michele Lupo
- René Girard
Dostoevskij dal doppio all’unità
Traduzione di Roberto Rossi
SE
Collana Testi e documenti
2026, 128 pagine
19 € - Roman Jakobson
Una generazione che ha dissipato i suoi poeti
Il problema Majakovskij
A cura di Vittorio Strada
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