Con il breve libro Dolore (traduzione di Matteo Codignola per Adelphi, 2026) V.S. Naipaul affronta il lutto sotto diversi aspetti: privato, antropologico, contemplativo. In questo testo, pubblicato sul New Yorker due anni prima della sua morte, avvenuta nel 2018, racconta di tre perdite che hanno segnato l’uomo e il futuro Premio Nobel 2001: quella del padre, del fratello Shiva e del gatto Augustus.
Il giovane Naipaul, quando suo padre muore, si trova a Oxford, in Inghilterra, per studiare. I parenti emigrati in Inghilterra inviano al giovane un telegramma in cui gli scrivono di raggiungerli perché c’erano brutte notizie per lui. Quando arriva a Londra, la notizia lo coglie impreparato: suo padre non era malato da tempo. Mentre si trova in casa dei parenti, il giovane Naipaul vede il vaso che suo padre gli aveva mandato. Contiene un fiore essiccato, nota il futuro scrittore. Il vaso non è pregiato, ha intagli elaborati. Alla fine, rompendo l’imbarazzante silenzio, Naipaul chiede di avere il vaso di suo padre.
Questo è il paragrafo che colpisce, forse perché attraverso questo oggetto, nell’osservarlo e custodirlo, diventa il simbolo del dolore della perdita. A vent’anni era il primo incontro con la morte che avesse mai avuto. E ha avuto la percezione che quel tipo di dolore non si dissolvesse in breve tempo, ma rimanesse a lungo nella vita.

Presto il suo dolore diventa qualcosa di oscuro, che lo accompagna finché, durante la stesura del suo primo romanzo − una commedia molto leggera ma per Naipaul fonte di grande ansia −, non riesce a dare una forma a quella storia. E a raccontarla a sé e agli altri, a cominciare dal telegramma.
La seconda perdita che Naipaul descrive è quella di Shiva, suo fratello. Malato da tempo, per lo scrittore non è stata una sorpresa. Il dolore che lo coglie è quello di non riuscire a mangiare, vive giorni in cui sembra isolarsi e non vivere più. La sola cosa che può fare è rileggere il primo libro di suo fratello Shiva.
Nonostante il dolore, Naipaul coglie come i riti intorno alla morte siano il prodotto dell’uomo. E con un certo disincanto vede nei gesti e negli atti il racconto di una tradizione che non comprende fino in fondo. Che reputa prodotti delle diverse culture, ma non riesce a provare altro che scetticismo e incapacità e non la consolazione e il conforto che gli esseri umani vi associano. «La bara era solo una bara; il legno, sotto la mia mano, solo legno», scrive a un certo punto.
La terza morte che si racconta è quella del gatto Augustus, che viene amorevolmente accompagnato fino agli ultimi istanti di vita. È un uomo vecchio e stanco, nostalgico e inorridito lo scrittore che si trova a contemplare la morte del suo animale. E in questa proietta la propria fine. Nel gatto Naipaul identifica se stesso. Racconta così la lunga malattia che colpisce l’essere vivente, il tempo lungo dell’attesa, il corpo che diventa fragile, la fine che si manifesta a tratti nel momento in cui insorgono complicazioni e che sono un preambolo della morte.
Naipaul deve aver letto Schopenhauer, e come il filosofo tedesco sa che gli animali sono ‘trasparenti’ non solo perché privi della riflessione metafisica dell’uomo, ma perché incapaci di causare sofferenza verso i propri simili. Proprio per questo sceglie di raccontare del gatto che a cui si è affezionato. E non per la misantropia che critici e scrittori gli hanno attribuito.
È anche vero che nell’opera di Naipaul l’autobiografia non ha un significato importante, lo scrittore ha sempre lavorato sul concetto di identità sociale. Cosa che descritto soprattutto in quelle opere che ha dedicato a Trinidad, il luogo in cui è nato e in cui viveva fino agli anni Cinquanta. E in cui, come ebbe a dire in Una civiltà ferita, si è costituita una comunità – di braccianti indiani portati lì dagli inglesi – che, nel tempo, era diventa più omogenea di quella che Gandhi conobbe in Sudafrica e la più isolata dell’intera India.
Claudio Cherin
V.S. Naipaul
Dolore
Traduzione di Matteo Codignola
Adelphi
Collana Microgrammi
2026, 47 pagine
7 €