Francesca Caratozzolo è l’ospite della nuova MicroMostra di ALIBI, inauguratasi domenica 11 ottobre.
Sotto lo sguardo un poco accigliato dello Pseudo Vitellio in gesso di Roberto Fumagalli della Gipsoteca Fumagalli e Dossi – una delle coincidenze del caso che piacciono tanto a chi sta scrivendo ha voluto che venisse celebrata dal settimanale How To Spend It del Financial Times proprio in questi giorni – l’attrice e artista ha presentato la sua opera dal titolo L’oter (L’altro). L’ha scelta all’ultimo minuto, prima che arrivassero gli ospiti, tra una selezione di cinque che aveva portato, incerta su quale esporre.
Prima di illustrarla, su mia richiesta si è presentata. Ha detto di essere una persona molto sensibile alle varie forme artistiche, fin da bambina, mossa da una curiosità che intreccia varie attività e sostenuta da una grandissima energia che – ha ammesso sorridendo – ora si sta un poco logorando.

Il disegno scelto per l’esposizione fa parte di una serie di settanta, un insieme complesso e articolato che lei stessa riconosce come il suo primo vero progetto in cui si sia messa come autrice.
Ha sperimentato varie forme di espressione artistica, tra teatro, danza, musica, che poi in realtà sono andate tutte a convergere nel lavoro di attrice, quando è entrata in Accademia e ha avviato il suo percorso professionale. Ed è nella veste di attrice che noi l’abbiamo conosciuta qualche anno fa, in Etty – Con le parole che danzano nel cuore.
Ma Francesca non si è mai sentita radicata in una sola identità. Ha cominciato anzi ad avvertire altri desideri, pur continuando a lavorare come attrice. E a un certo punto è incappata nella poetessa Franca Grisoni, perché doveva leggere alcune sue poesie dentro un progetto multidisciplinare di generi musicali. Quelle poesie l’hanno folgorata.

Ogni tanto la sua parte meditativa chiedeva un ambiente piccolo dove mettere sul foglio questi primi tentativi arstistici che allora erano schizzi. Quello che ha proposto domenica sera, nelle sue parole, «è un semplice disegno a matita rossa e blu», ma nel tempo ci sono stati anche acquerelli, collage e lavori con delle stoffe. Un paio di anni fa ha avuto occasione di mettere tutto l’insieme in mostra e trova che sia stato piacevole e divertente osservare questi segni della sua espressività personale. Un critico ha visto i suoi disegni come carte di tarocchi, il cui mazzo può essere continuamente sparigliato: un mondo che si crea e si disfa senza sosta.
Francesca ha svelato ai presenti che nella scelta dell’opera c’è stato anche una sorta di affettuoso omaggio alla nostra (mia e dell’editora di ALIBI) mania di scattarci selfie davanti agli specchi usando poi la scherzosa didascalia di “specchiati coniugi Arnolfini” (in riferimento al celeberrimo capolavoro di Jan van Eyck che sarà al centro della mostra dedicata ai ritratti del maestro fiammingo: alla National Gallery di Londra dal 21 novembre fino all’11 aprile dell’anno prossimo).

Questo articolato progetto è in qualche modo un prosieguo dei primi schizzi che faceva già in Accademia: figure un po’ primordiali, più astratte, anche più stilizzate. Fino, appunto, all’incontro con la poesia di Franca Grisoni. Si è innamorata di questa poetessa che scrive in bresciano per il linguaggio – un dialetto dalla fonetica incredibile – e per il significato profondo della sua indagine espressiva. È una poetica con una forte tendenza mistica che Francesca sente anche in sé e l’accompagna nel suo lavoro creativo e artistico.
La Grisoni porta questo misticismo nel concreto, in un processo di trasfigurazione delle cose semplici: anche tagliare il pane è in qualche modo un atto sacro, se lo si vive come tale.
Francesca ha avvertito la voglia di sperimentare la voce in un’altra maniera, più materica e più “sporca”, portandola oltre la tradizionale forma del canto. Ci ha parlato poi della sua tesi alla fine della scuola di yoga, nella quale ha voluto far convergere tanti aspetti della sua multiforme identità artistica. E poi è tornata alla Grisoni, rievocando con piacere l’incontro con la poetessa che apprezzò molto i disegni di Francesca perché vi si era riconosciuta.
Ha letto la poesia eponima della raccolta, pubblicata da Einaudi nel 1988, soffermandosi sul significato filosofico del conoser (conoscere) che chiude il breve componimento. Poi ha spaziato dal valore dello stupore per l’altro (anche, nel caso, con la maiuscola), alle varie forme di amore, rievocando il Simposio di Platone in cui la sacerdotessa Diotima dà lezione agli uomini che avevano pontificato prima di lei. Amore per lei era passaggio all’altro, suo riconoscimento, relazione, apertura, precarietà e attesa.

E i colori del disegno esposto? Il rosso e il blu rimandano a tutta una serie di dualità: il solare e il lunare, il maschile e il femminile, il positivo e il negativo, lo yin e lo yang, in anatomia le vene e le arterie. Questo è uno dei rari casi in cui abbia rappresentato l’elemento maschile in blu, ma non sa spiegarne il motivo. Poi ha osservato che l’onda di ala un po’ angelica in realtà è anche una grande emanazione di fuoco, aggiungendo che anche lei ce l’ha (nelle vene le scorre sangue siciliano!).
L’ultima parte della presentazione – molto intensa! – ha visto mescolarsi immagini (che scorrevano sullo schermo del portatile di Francesca), note e suoni dal suo CD (e prima concerto) L’oter. Canto per voce e clarinetto basso, dialogo tra la sua voce e il clarinetto basso di Giancarlo Locatelli, e poesie della Grisoni.
Gli ospiti hanno ringraziato Francesca per la messe di spunti di riflessione, mentre i due “coniugi Arnolfini” – quelli in blu e rosso, perlomeno – continuavano (e continuano) a stringersi nel loro incessante e vitale vorticare.
Saul Stucchi