Una prima volta e un ritorno dopo tanti anni, per un concerto di un’intensità che sarà difficile anche solo avvicinare. Ieri sera, martedì 5 maggio, nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano abbiamo assistito al “debutto” di Paolo Fresu come ospite della Società del Quartetto e al ritorno di Giovanni Sollima dopo una lunga pausa che durava dal 2009 (anche se l’anno scorso il violoncellista ha suonato a pochi metri di distanza, nell’attigua basilica di Santa Maria della Passione per la rassegna Milano Arte Musica).
E la metropoli che fuori era fredda e intristita dalla pioggia, dentro era un’isola del Mediterraneo, un incrocio tra la Sardegna “ascetica” di Fresu e la Sicilia “incazzata” di Sollima (sue sono le definizioni).
Anche grazie al disegno delle luci che per una volta ha trasformato la sobria e compassata Sala Verdi in un caleidoscopio di colori, la serata si è subito trasformata in un tour che ha percorso i quattro angoli del Mediterraneo allargato raccontato da Braudel. Questo è stato il concerto FS: in viaggio, dove la sigla gioca con le iniziali delle Ferrovie dello Stato ma racchiude quelle dei due musicisti, ieri sera più che mai mattatori che hanno divertito divertendosi.

Anche senza prendere alla lettera la confessione di Sollima in apertura, secondo il quale praticamente non hanno fatto prove, trascorrendo il pomeriggio a “cazzeggiare sui social”, era evidente la sintonia tra i due, tanto che le improvvisazioni a cui si sono abbandonati erano una più riuscita e affascinante dell’altra.
In un’ora e mezza e una decina di brani, tra cui un paio sulla base di composizioni di Fresu ispirate al romanzo Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni (M’U e Adas), hanno incantato il pubblico con la loro maestria. E come sempre avviene in musica, i due talenti non si sono sommati bensì moltiplicati.
Sollima passava da uno strumento barocco al violoncello del mare realizzato dai detenuti del carcere di Opera utilizzando il fasciame delle barche con cui i migranti approdano (quando va bene…) a Lampedusa, mentre Fresu alternava tromba e flicorno, contorcendosi sulla sedia come solo lui sa fare.
È stato molto di più di un concerto: i siparietti tra i due musicisti l’hanno reso uno spettacolo che rimarrà nel cuore e nella memoria di chi vi ha assistito. A un certo punto Sollima ha suonato entrambi i violoncelli, pizzicandone le corde di ciascuno e poi ha infilato l’archetto nel flicorno, così come Fresu batteva il tempo con l’anello sulla tromba o sulla cassa degli effetti (che rischiava sempre di cadere perché in equilibrio precario).
Interpretando una tarantella di Giulio de Ruvo – compositore sei-settecentesco – i due si sono sbizzarriti: “l’abbiamo molto verticalizzata” ha riconosciuto sorridendo Sollima. E sono finiti dalla Sardegna di Fresu in Armenia, passando per l’Ucraina dell’inno nazionale che l’anno scorso Fresu ha suonato all’Accademia Musicale di Kiev. E poi Hope, il brano dedicato ai migranti, suonato da Sollima con il violoncello del mare, uno strumento “dolce e forte”.
Nei momenti più intensi le note struggenti di Sollima sembravano prodotte dalle corde di un oud e richiamvano le notti fiabesche di Damasco e Baghdad e quelle stupende di Ionia cantate da Kavafis. E come degna conclusione di un concerto straordinario, Sollima e Fresu si sono inseguiti in platea continuando a suonare, con il pubblico in visibilio. Fuori ancora pioveva, ma si sentiva il mare, ben prima di arrivare ad Alessandria.
Saul Stucchi
Società del Quartetto di Milano
Paolo Fresu e Giovanni Sollima
FS: in viaggio
5 maggio 2026
Sala Verdi
Conservatorio di Milano
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