
“Forse in primo luogo per questa ragione, io rinnego il Giorno della Memoria: non mi appartiene, non gli appartengo, non riguarda me e la mia, di memoria”. Lo ha scritto recentemente Elena Loewenthal, ebrea torinese. “La mia memoria non comunica. Malgrado la mia vicinanza estrema e quotidiana, provo una frustrazione terribile che è la conseguenza di una distanza minima, ma insormontabile. A un passo di lì ci sono quel dolore, quelle paure. Lo so, ma non posso far nulla per condividerlo, per sentirlo, per renderlo comunicabile. Non lo è né lo sarà mai”. Peraltro, “se la cognizione del male non è un vaccino”, pare dubbio che possa esserlo l’oblio. E così, al netto di ogni retorica, restano i libri: ognuno li legga per i motivi che crede.
L’editore Marsilio si è già occupato della faccenda di Łódź, del suo ghetto e dell’ebreo che ne fu a capo negli anni della seconda guerra mondiale – ovviamente agli ordini dei tedeschi – Mordechai Chaim Rumkowski, figuro tipico di quella zona grigia a suo tempo indagata da Primo Levi, e per questo motivo al centro del romanzo di Steve Sem-Sandberg, Gli spodestati, basato innanzitutto sull’enorme mole di documenti in polacco conosciuta come “Cronaca del ghetto”. Lo scrittore svedese rifiutava di liquidare la vicenda di Rumkowski alla stregua di un esempio di mero collaborazionismo, nonostante conoscesse anche il memoir Rumkowski e gli orfani di Lodz, la cui autrice, Lucille Eichengreen, dell’uomo fu vittima.

Il lettore interessato a questa storia ora ha la possibilità di approfondire ulteriormente l’argomento osservandolo dalla specola di quella che fu una sedicenne costretta come molte altre adolescenti (e finanche bambine) a soggiacere al capriccio di Rumkowski, che prima di essere nominato dai nazisti “Anziano” del ghetto (ossia colui che avrebbe assicurato l’esecuzione dei loro ordini e dal cui arbitrio sarebbe dipesa la vita dei reclusi), era stato direttore dell’orfanotrofio. La Eichengreen, autrice anche de Le donne e l’Olocausto, racconta a partire da racconti altrui. Si avvicina al mistero dell’uomo che invece di proteggere gli ebrei del ghetto (nei limiti delle sue possibilità) approfitta del suo potere e dispone a piacimento dei loro figli.
Lucille, cauta, attenta, sensibile, viene a conoscenza pian piano delle brutte storie a carico dell’uomo, ex industriale orgoglioso della sua dittatura (“Il ghetto è il mio piccolo regno. Mi sono guadagnato il rispetto dei tedeschi per il mio lavoro”). Le persone che la ragazza incontra sono a loro volta prudenti. Sanno bene che uomini con il potere di Rumkowski sono sempre circondati da corrotti e collusi. Mai come lì e allora, dove sono tutti “temporanei, angosciati, affamati” e temono di finire in un lager, “l’unica passione è la paura”. Lucille è destinata a conoscere il Leviatano da vicino. Che s’incarni nella figura di un ex sionista – a sua volta un esempio macroscopico di un potere volontariamente servile, e, nonostante gli sforzi, costretto a soccombere nel ’44 ad Auschwitz – dice forse che la metafora della zona grigia ha peccato di ottimismo.
Michele Lupo