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Voi siete qui: Europa » Cartoline da una Monemvasia in veloce cambiamento

31 Luglio 2026

Cartoline da una Monemvasia in veloce cambiamento

Nella primavera dell’anno scorso m’imbattei in un articolo pubblicato sul New York Times dedicato al progetto di una teleferica per raggiungere il Kastro di Monemvasia, giù giù in fondo, quasi sulla punta del “dito” della Laconia, nel Peloponneso. Come spesso – purtroppo – mi accade, lo misi da parte per poi dimenticarmene.

Mi è tornato alla mente in questi giorni, arrivando ai piedi della strada che conduce al Kastro, dopo aver superato l’unico ponte che dà il nome a Monemvasia (che significa, appunto, “unico ingresso”: Moni emvasi).

I lavori sono già iniziati e una buona parte della carreggiata è occupata da una rete che impedisce il parcheggio delle automobili (ma è ancora possibile arrivare fino alla rotonda davanti alla porta di accesso alla città per scaricare i bagagli e tornare giù per posteggiare. Allo stesso modo è ancora attivo il servizio dei taxi e del piccolo autobus che collega Kastro e città bassa).

Non ho visto il progetto né il rendering, ma non nascondo la mia perplessità: temo che, una volta ultimata, l’opera avrà un impatto molto pesante non soltanto sul “profilo” della rocca che guarda verso Sud, ma soprattutto sul delicato equilibrio che finora ha conservato questo incomparabile gioiello per circa millecinquecento anni.

Arrivando, per la prima volta da quando vengo qui, ho visto una nave da crociera ancorata nella baietta. L’immagine dello sbarco di centinaia, se non migliaia, di turisti “organizzati” fatti salire sulla teleferica per raggiungere in pochi minuti il Kastro mi fa rabbrividire. E mi fa temere che la Monemvasia che ho conosciuto in questi anni è destinata a sparire per lasciare il posto a una sua versione ipertrofica.

Quanto sia importante il tema dell’equilibrio lo fanno capire – tra le altre cose – i danni provocati dal cambiamento climatico in atto ormai da tempo, realtà negata solo da stupidi o da persone con interessi da difendere (e da una terza categoria, la peggiore: quella che unisce le prime due).

Se da una parte il mio breve soggiorno ha coinciso con la luna piena – spettacolare! -, dall’altra ho sperimentato la potenza di un meltemi fuori controllo che ha spezzato due alberi nella piazzetta su cui affacciano la Collezione Archeologica e la chiesa di Cristo condotto (sulla Via Crucis). Ho letto che alcune raffiche di vento hanno superato i 65 chilometri!

Salito su una delle terrazze del Kastro – mi hanno raccontato che ce ne sono solo quattro! – per ritirare il costume da bagno steso ad asciugare, faticavo a rimanere in piedi, tanto erano forti le folate: più volte ho rischiato che gli occhiali mi venissero strappati, così ho preferito toglierli e tenerli in tasca.

La bellezza ispida e petrosa di Monemvasia ha avuto (anzi ha, visto che la sua arte continua a vivere) un cantore d’eccezione: Ghiannis Ritsos (1909 – 1990). L’altro giorno, prima di lasciare la città per proseguire il mio viaggio a sud, ho visitato la sua casa-museo, inaugurato poco più di un anno fa, alla metà di luglio 2025.

Nelle sale dell’abitazione, su due piani, si dipana il percorso espositivo, suddiviso per temi. Dall’infanzia e la scuola, alle prime prove poetiche, all’impegno politico, agli anni di prigionia, alla fama, al rapporto con la famiglia e gli amici: copie di documenti, copertine delle sue opere, fotografie, video e registrazioni sonore. Ma anche alcune testimonianze – meno note al pubblico – della sua attività come artista figurativo. Dappertutto campeggiano, in pochi versi o in interi componimenti, le sue poesie (riprodotte perfino sullo specchio di un armadio o sul letto della sua camera).

E non poteva mancare un suo verso ai piedi del monumento a lui dedicato, un busto in bronzo con il capo sollevato e lo sguardo intento ad ammirare il mare di fronte. Tratto dalla poesia La pignatta affumicata (Καπνισμένο τσουκάλι), recita: Κι ο θάνατος δεν είναι παρά ένα φύλλο που έπεσε για να θρέψει ένα φύλλο που ανεβαίνει. Ovvero: «E la morte non è altro che una foglia che cade per nutrire un’altra che sale».

La speranza è che a Monemvasia ripiantino i due alberi in piazza abbattuti dal meltemi… Per gli effetti della teleferica non resta che aspettare.

Saul Stucchi

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