Un tempo la parola Shoah chiudeva le discussioni, sembrava collocarsi oltre ogni disputa (fascisti incurabili a parte). Una specie di punto fermo morale, il fondamento negativo dell’Europa uscita dalla guerra. Da quella catastrofe derivavano imperativi, cautele, persino una pedagogia civile. Auschwitz stabiliva il limite oltre il quale il mondo non sarebbe dovuto tornare. Una memoria che ha goduto di una posizione particolare non soltanto per la dimensione dello sterminio, ma per il ruolo che esso ha assunto nella costruzione dell’identità democratica europea. Era la catastrofe fra tutte le tragedie, la misura attraverso cui valutare il male politico, la prova definitiva della necessità dei diritti umani.
Ma oggi, in un tempo in cui l’odio non prova nemmeno più di tanto a occultarsi dietro ragioni plausibili, e in cui le vittime di allora si sono trasformate in carnefici, è difficile tenersi in equilibrio fra le ragioni presunte, gli omissis e la cattiva coscienza legati alla memoria. A molti pare mancare la lucidità necessaria, ad altrettanti e forse più, la buona fede.
Due libri recenti, Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele di Omer Bartov (Laterza) e All’ombra della Shoah di Micol Meghnagi (Fandango Libri) sembrano constatare che quel meccanismo non funziona più, o forse non ha mai funzionato nel modo in cui abbiamo creduto.

Nessuno dei due mette in discussione l’importanza storica dello sterminio degli ebrei d’Europa, né partecipa al gioco prevedibile di chi vorrebbe ridimensionarne la portata. La questione è un’altra: che cosa succede quando il ricordo di una tragedia smette di essere un problema e diventa una proprietà?
Per Bartov, storico israeliano fra i massimi esperti al mondo di stermini e genocidi, quel tempo è finito poco dopo essere cominciato, e oggi assistiamo al crollo morale del suo paese. Più teorica invece la ricognizione del discorso sulla memoria di Meghnagi, che tuttavia trova la propria matrice esattamente nella mappatura diversa che si fa dei fatti politici e del peso che vi si attribuisce.
Vale a dire che sembra arrivata l’ora di comprendere le devastazioni dei vari Sud del mondo – tragedie causate dalle nuove forme di colonialismo – in un orizzonte di sofferenze condiviso e non più subalterno al paradigma Auschwitz.
Oggi – è il tema del libro di Meghnagi – le guerre postcoloniali, la questione palestinese, le nuove riflessioni sul razzismo e sull’imperialismo hanno reso più difficile l’idea di una memoria isolata dal resto della storia, restare nella propria, di posizione, consolidata, e magari interessata.
Meghnagi riassumendo le fila storiografiche ed ermeneutiche della questione (testimoniate dal cospicuo apparato bibliografico che costituisce un terzo dell’intero volume), ne mostra i meccanismi nascosti, ossia il modo in cui il paradigma memoriale, nato come esercizio di responsabilità verso il passato, tende progressivamente a trasformarsi in una risorsa identitaria e in uno strumento di legittimazione politica.

Quanto a Bartov, la cui traiettoria biografica coincide con una parte della storia dello Stato ebraico, scrive un libro durissimo, al punto che in Israele non hanno voluto pubblicarlo. Difficile neutralizzare le sue conclusioni basate su un’accuratezza documentale sufficiente a stare in piedi da sole. Quali? Quelle esplicitate nel titolo.
Nell’abisso non troviamo soltanto una denuncia del genocidio. Bartov mostra come la guerra perenne in cui ha deciso di finire Israele non sia soltanto l’effetto di una leadership particolarmente aggressiva, un incidente prodotto da un governo criminale, ma il punto d’arrivo di una lunga trasformazione storica. Egli ha assistito alla sua istituzionalizzazione, alla sua centralità crescente, alla sua presenza quasi obbligata nella formazione civile e politica israeliana.
L’Olocausto ha un nesso con la Nakba (il trasferimento in massa dei Palestinesi del ’48) che ne inficia la pretesa di assoluto, vale a dire che il progetto sionista ha presto incorporato pratiche e logiche di dominio che non possono essere considerate estranee alla sua evoluzione concreta. Come era successo con il celebre libro sulla Wehrmacht in Russia, Bartov offre lo scomodo punto di vista di chi ha il coraggio di mostrare come le responsabilità siano collettive – e in questo caso l’autore punta il dito anche contro l’Occidente che rifiuta di prendere atto del genocidio in corso (“chi non vede e non agisce è complice”, ha ripetuto spesso).
Il suo libro incrocia quello di Meghnagi perché pur con prospettive diverse risulta evidente in entrambi come lo stato dell’arte implichi anche un tipo peculiare di narrazione. Entrambi mostrano come i racconti nazionali tollerino male le revisioni.
Il libro di Meghnagi scopre il carattere artificiale dell’opposizione fra la pronuncia narrativa dell’Olocausto e quella del colonialismo; la reazione nervosa di fronte al tentativo di ampliare il campo della memoria come se ciò implicasse automaticamente una riduzione della Shoah appare la conferma che qualcosa non tiene più.
L’esclusivismo della sofferenza ebraica è la difesa contro altre memorie concorrenti e anzi funziona, Bartov lo spiega attraverso un resoconto di ottant’anni, come legittimazione di un inaccettabile etnonazionalismo che oggi sta all’apice di analoghi processi di estrema destra nel mondo. Per questo, le storie del colonialismo, delle migrazioni forzate e delle violenze neoimperialistiche in realtà entrano e giustamente a forza nel discorso pubblico occidentale.
Ma, e qui il lavoro di entrambi i libri li rende imperdibili, una memoria come quella della Shoah che tende a trasformarsi in fondamento simbolico dello Stato, il suo statuto vittimario non produce solo una minimizzazione delle cause altrui ma altresì un’ideologia criminale che è quella visibile oggi nei pochi residuali territori abitati dai palestinesi.
Il richiamo continuo alla persecuzione subìta e con esso l’urlato timore di violenze future è la precondizione per giustificare la persecuzione inflitta agli altri. Come distribuire ancora patenti di sofferenza? Meghnagi mette in luce il modo in cui il riconoscimento pubblico del dolore sia diventato uno dei principali terreni di conflitto culturale.
Chi ha diritto a essere ricordato? Chi decide la forma del ricordo? In realtà nessuna memoria appare innocente e nessuna identità collettiva può essere considerata al riparo da processi di semplificazione ideologica. Bartov, più concentrato sul discorso storico, denuncia aspramente come il negazionismo contro cui abbiamo combattuto per decenni oggi è tutto in carico alla popolazione israeliana, quando va bene: per lo più va male, visto che il processo di disumanizzazione dell’altro, dei palestinesi, corroborato o meno da un delirante fondamentalismo religioso, si è portato molto avanti.
L’eredità della persecuzione ebraica insomma non garantisce più una politica della giustizia – l’automatismo non regge più. La sacralizzazione della memoria rischia di renderla incapace di dialogare con altre esperienze storiche. Ricordare non basta più, se la memoria fosse sufficiente, perché il linguaggio della disumanizzazione continua a riaffiorare? Perché le società che più investono nelle pratiche commemorative non sono immuni dalla violenza? Perché il passato viene continuamente convocato non per comprendere ma per giustificare?
La risposta non può essere consolante. In un’epoca che trasforma ogni trauma in identità e ogni identità in appartenenza, una costruzione memoriale che smette di ferire diventa rapidamente un monumento. E i monumenti, per definizione, non pongono domande. Nello specifico della questione israelo-palestinese, la risposta di Bartov è più concreta. A suo avviso una vera Costituzione avrebbe probabilmente impedito al sionismo aggressivo di tradursi nell’ideologia di Stato che consente la tragedia in corso.
La questione che emerge dalla lettura congiunta dei due libri non riguarda allora soltanto Israele, la Palestina o la Shoah. Riguarda il destino politico del passato, il modo in cui gli eventi storici vengono convertiti in autorità morale, la facilità con cui il ricordo può trasformarsi in privilegio.
Rispetto al Novecento, il secolo odierno dovrebbe imparare a diffidare degli usi della memoria. Anche quando vengono esercitati in nome delle migliori intenzioni. La stessa moltiplicazione delle commemorazioni ha sortito un effetto contrario a quello previsto, finendo per produrre gerarchie simboliche e rivendicazioni competitive, un mercato delle sofferenze.
Non è una conclusione rassicurante, ma i libri importanti raramente lo sono.
Michele Lupo
Omer Bartov
Nell’abisso
Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele
Traduzione Michele Zurlo
Laterza
Collana i Robinson / Letture
2026, 256 pagine
19 €
Micol Meghnagi
All’ombra della Shoah
Decolonizzazione e politiche della memoria
Fandango Libri
Collana Documenti
2026, 276 pagine
16,50 €