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Voi siete qui: Italia » Trieste: eclissi del confine e naufragio della storia

28 Aprile 2026

Trieste: eclissi del confine e naufragio della storia

Se Franco Battiato ha fatto scalo a Grado, la domenica di Pasqua, io ho trascorso i giorni dedicati alla più importante festività dei Cattolici poco più in là: a Trieste.

C’è stato un momento preciso in cui, percorrendo il Molo Audace, ho avuto una sorta di illuminazione: Trieste non è solo una città, Trieste è una vertigine della Storia.

Lasciandosi alle spalle l’abbraccio monumentale di Piazza Unità d’Italia, un salotto di pietra chiara che sembra galleggiare sull’Adriatico come una impronta asburgica mai del tutto svanita nelle nebbie del passato, ci si ritrova sospesi sull’acqua, con lo sguardo rivolto a un orizzonte che non è solo geografico.

Come ogni città che si rispetti, Trieste non si visita seguendo il decalogo dei luoghi (comuni) da vedere assolutamente, in ossequio al costume conformista dettato dal web: la si attraversa, invece, per perdersi nella sua multi-identità. Trieste è un organismo vivente che ha saputo travalicare i nazionalismi, facendosi palinsesto di lingue e destini.

Parlando con Marzia, una triestina con cui strinsi amicizia in un viaggio in Lapponia molti anni fa, ho realizzato che qui l’identità non è un muro, ma una membrana permeabile. Si avvertono, sottopelle, gli echi di un passato che l’ha eletta a icona tragica del primo conflitto mondiale; un passato che ancora vibra tra i tavolini dei caffè storici, dove il fantasma di Joyce sembra ancora discutere di esilio e di mare con quello di Svevo, o di galassie con Margherita Hack.

La bellezza di Trieste è una medaglia luccicante che pure non nasconde il suo rovescio scuro.

Per esempio, la memoria si fa densa, quasi irrespirabile, tra le mura della Risiera di San Sabba. Lì, dove il vento della Bora sembra portare ancora i lamenti di una storia che non ha risparmiato orrori e dolori, si comprende la profondità del trauma europeo. Una ferita che trova un controcanto nel silenzio del Ghetto ebraico, cuore pulsante di una cultura che ha saputo resistere nell’ombra, alimentando il genio intellettuale di questa città di frontiera, che ha accolto o dato i natali a tante menti brillanti della cultura, della scienza, dell’arte, e anche dello sport.

Questo perché, ne sono certo, Trieste sa anche essere carnalmente epicurea e gioiosa. Per capirlo bisogna lasciare che i passi si perdano come lungo una deriva gioiosa, nelle calli di Muggia che profumano di salsedine, o abbandonarsi al rito profano dei cicchetti.

Salendo verso il colle di San Giusto, poi, la prospettiva diventa verticale. Tra i resti dell’archeologia romana, i blocchi di pietra raccontano la bellezza dell’antica Tergeste, fondamento silenzioso su cui poggia l’eleganza neoclassica dei borghi nuovi. È un dialogo tra stili, di vita prima ancora che architettonici, che non conosce interruzioni, una stratificazione che insegna la pazienza e la convivenza.

La varietà culturale qui si morde: è nel baccalà mantecato che sa di mare aperto e nel trionfo quasi ancestrale del bollito di maiale. Da Pepi (un nome che è un’invocazione, “sciao!”), la “caldaia” diventa l’altare di una fratellanza gastronomica dove il maiale, cucinato secondo la tradizione austro-ungarica, celebra l’unione definitiva tra Mitteleuropa e Mediterraneo.

Proprio l’accesso al Mediterraneo, ossessione degli ultimi eredi del Sacro Romano Impero, ha reso Trieste una chimera.

Infatti, la narrazione di Trieste non sarebbe completa senza quel gioiello che sorge dalla roccia di Grignano: il Castello di Miramare. Proteso sull’acqua come un vascello di pietra lucente pronto a salpare, Miramare è il monumento alla malinconia asburgica per eccellenza. Camminare tra i sentieri del suo parco, tra piante esotiche e il fruscio costante del mare, significa toccare con mano il sogno infranto di Massimiliano e Carlotta, la coppia perdente che, sul palcoscenico della Storia, ha fatto suo malgrado da contrappunto a Cecco Beppe e Sissi.

Miramare è un luogo dove la bellezza è così nitida da farsi quasi dolorosa, un’oasi di bianco abbagliante che sfida l’azzurro del golfo e ci ricorda come Trieste sia, da sempre, la terra dei sognatori e dei destini interrotti. Non per niente Barcola, il quartiere prossimo al rifugio che Massimiliano lasciò improvvidamente per accettare la corona di Imperatore del Messico e segnare così, in modo drammatico, il proprio destino, dà il nome a una regata velica: la Barcolana. E si sa quanto i naviganti inseguano, per natura, i sogni.

Trieste, in fondo, è questo: un ritmo sostenibile, come la navigazione. In un mondo che corre verso il nulla, resta serena, sorniona, protetta dal suo isolamento splendido, che isolamento non è.

È una città che non cerca di sedurre con effetti speciali, ma che conquista con la sua malinconia vitale, restando fedele a se stessa mentre il resto d’Europa muta.

È il piacere di un passo lento, di uno sguardo perso nel blu e della consapevolezza che, su questo confine, non si è mai davvero soli, ma sempre parte di un tutto più grande.

Simone Cozzi

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Info Simone Cozzi

Una laurea in Economia e Commercio, una passione per la scrittura, la fotografia, la musica. Ha pubblicato con Panda Edizioni: La pace inquieta, Doppio strato, Lo spazio torbido e Il buio è prossimo. Informazioni sull'autore Simone Cozzi.

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