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Voi siete qui: Biblioteca » Strega 2026: “Vedove di Camus” di Elena Rui

26 Aprile 2026

Strega 2026: “Vedove di Camus” di Elena Rui

Premio Strega 2026 – Libro 3 di 12
Vedove di Camus, di Elena Rui

«Il 4 gennaio del 1960, l’esistenza di uno dei più grandi scrittori del XX secolo, minacciata da sempre dalla tubercolosi e messa più volte in pericolo in gioventù nella Resistenza si è interrotta accidentalmente e senza il tempo di congedarsi da nessuno […].»

Vedove di Camus, romanzo di Elena Rui pubblicato nel 2025 per L’Orma, si apre con il tragico incidente in cui lo scrittore Albert Camus, a bordo della Facel Vega guidata dal suo editore Michel Gallimard, perse la vita a quarantasei anni dopo il violento impatto dell’auto contro un platano. La sua morte sconvolse l’intero panorama letterario, i parenti, gli amici.

Fra le persone più turbate da questa improvvisa scomparsa ci sono Francine, Catherine, Mette e Maria: quattro donne – rappresentate dalle quattro carte da gioco in copertina – che hanno profondamente amato Camus, gli sono state vicine, divenendo per lui figure fondamentali nella sua storia, di uomo e di scrittore.

Vedove di Camus è stato proposto al Premio Strega da Liza Ginzburg, che motiva così la sua candidatura: «Con convinzione candido questo libro di Elena Rui che si impone per la sua forza prismatica. Racconta di quattro donne dalle personalità assai diverse, ciascuna a proprio modo legata sentimentalmente ad Albert Camus. Come accade nel prisma di un caleidoscopio, la vividezza e verosimiglianza con cui Rui sa restituircele proietta nuova e forte luce su quel che sta al centro […]».

Elena Rui riesce, con grande abilità, a dare voce a quattro personalità e quattro vite molto diverse, tenute insieme da un filo armonico che risponde al nome di Albert Camus, che a sua volta ci appare in una nuova forma: figura centrale della letteratura europea e Premio Nobel nel 1957, ma anche uomo sensibile, marito, padre e amante. A unirle ci sarà poi il lutto, che le porterà a gestire il dolore in modo personale, unico, spesso silenzioso.

«Non tutto ciò che è raccontato, insomma, ha la pretesa di essere vero, ma dovrebbe essere, nelle intenzioni di chi l’ha scritto, del tutto verosimile.» (Nota, pag. 168)

La prima a entrare in scena è Francine Faure, moglie e vedova ufficiale di Camus. In quanto “vera” vedova, sarà la sola a poter mostrare il dolore pubblicamente, e a farsi carico dell’eredità umana e letteraria che lo scrittore ha lasciato troppo presto. Sarà costretta a leggere appunti, taccuini e scartoffie del marito/scrittore – scoprendo anche che un vaticino gli aveva predetto la morte tra il 1960 e il 1965 – e a prendere importanti decisioni sulla pubblicazione delle opere ritrovate di Camus.

Al momento dell’incidente, Camus aveva con sé una valigetta con il manoscritto incompiuto de Il primo uomo, che Francine decise di non pubblicare – scelta poi rivista dalla figlia, che ne autorizzò la pubblicazione nel 1994. Francine è anche colei che subisce maggiormente la concezione dell’amore di Camus, accettando le sue relazioni parallele, divorata dalla gelosia. Eppure, nonostante la sofferenza che il marito le provocherà, lei resterà sempre al suo fianco.

«Mi ricordo solo del bene che ti ho voluto, Albert, […] del bene che ti voglio ancora e che ti vorrò sempre».

C’è poi Catherine Sellers, attrice di teatro e musa di Camus, alla quale, però, sembra non venga riconosciuto un ruolo significativo nella vita dello scrittore. Costretta a vivere un lutto segreto e inconfessabile, si mette a indagare nella vita e nel passato di Camus – tanto da guadagnarsi da Elena Rui il soprannome di “Sherlock Holmes” – per capire se lui avesse mai fatto il suo nome ad altri.

Le risposte arriveranno solo anni dopo quel 4 gennaio 1960, con la pubblicazione del terzo taccuino di Camus, quando Catherine scoprirà che «ha parlato di lei nel suo diario». Invece, il dolore riuscirà a superarlo ben prima, grazie a Pierre Tabard, suo nuovo amore e fedele spettatore del suo teatro.

La terza vedova è Mette Ivers, giovane pittrice danese. Mette è la più giovane delle quattro, ultima musa di Camus: alla sua morte ha solo ventisei anni, al loro primo incontro al Flore venti. Camus ritrova con lei una leggerezza nuova, in un mondo moderno, lontano dalla fama che lo soffocava, soprattutto dopo la vittoria del Nobel.

Mette è l’ultima a essere ancora in vita, sopravvissuta a Camus e alle altre vedove, l’ultima a rievocare il ricordo del loro legame dopo un lungo silenzio, vissuto come gesto di rispetto – forse anche come senso di colpa – verso le altre donne che hanno segnato la vita di Camus.

«Non è vero che si dimentica il dolore. I fatti riemergono sconnessi, ma le sensazioni conservano il loro nitore.»

Il romanzo si chiude con Maria Casarès, grande interprete del teatro francese, che Camus definiva “l’Unica” e a cui ha indirizzato parole d’amore e lettere passionali. Maria è forse la vera amante, con cui le altre tre si sentono in competizione, e colei che sembra ipnotizzare Camus, anche per le sue grandi abilità artistiche, che esercitano su di lui una forza magnetica. La loro è stata una relazione intensa e indimenticabile, fatta di tante promesse e troppi “domani”.

«Le aveva scritto che un giorno alla fine della sua vita, avrebbe capito che nessuno l’aveva amata come lui».

Il lavoro di ricerca e di documentazione svolto dall’autrice ha dato vita a un romanzo dinamico e stratificato, capace di attraversare il tempo e le vite dello scrittore e delle sue donne: ricordi, note biografiche, lutto e i primi incontri.

Dagli ultimi scritti sembra emergere che Mette Ivers sia stata il grande amore di Camus, ma è più probabile che lo scrittore le abbia amate tutte, ciascuna a suo modo, ma sempre ugualmente vero.

Il risultato finale di questa indagine è un ritratto puro e nostalgico, che prende forma pagina dopo pagina attraverso le esistenze e il dolore di chi meglio lo ha conosciuto e più lo ha amato.

Ilaria Cattaneo

Elena Rui
Vedove di Camus
L’Orma
Collana I trabucchi
2025, 180 pagine
18 €

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