Se a un occhio distratto può sembrare semplicemente il reportage dell’ultimo tour di Roger Waters, con un minimo di applicazione “Us + Them” (proiettato nelle sale italiane il 7-8-9 ottobre 2019, ndr) si rivela invece un poderoso mattone, l’ennesimo, nel muro che da decenni il fondatore e bassista dei Pink Floyd erige a simbolica protezione dei deboli nei confronti dei potenti.
Il muro ovviamente è, se mi è permesso il gioco di parole, il convitato di pietra dell’intero spettacolo. Sia quello storico di The wall, sia il quello portante della Battersea Power Station che si materializza improvvisamente sulle teste degli spettatori assiepati sotto al palco, rievocando la copertina di “Animals”, uno dei concept album più politicamente impegnati fra quelli pubblicati dal gruppo londinese, ispirato alla “Fattoria degli animali” di Orwell.

Da questo spunto, Waters si esibisce prima nell’interminabile e coinvolgente “Dogs” (dove i cani rappresentano il potere precostituito), poi nella lisergica “Pigs” (three different ones) che nella logica dello spettacolo simboleggia la supremazia dei nuovi potenti, ossia quei rappresentanti della finanza internazionale che stanno spartendosi il mondo.
Qui Trump è spesso invocato e richiamato dalle immagini che, come nella migliore tradizione pinkfloydiana scorrono alle spalle dei musicisti, confondendosi con le immagini dei maiali e degli altri sodali del presidente populista degli Stati Uniti. Un gigantesco suino galleggia nell’aria, recando su di sé i nomi dei politici che più hanno incarnato nel recente passato la filosofia neoliberista (non manca il nome di Silvio Berlusconi).
E mentre sulle mura di cinta della centrale elettrica compaiono scritte che riportano le orrende affermazioni di odio che stanno caratterizzando l’attualità politica di The Don, altri muri si susseguono sugli schermi, a partire da quello che separa la Cisgiordania dallo Stato di Israele, per finire con quello, al momento inesistente, che dovrebbe proteggere gli USA dalle invasioni dei campesinos messicani.
E qui il tema dell’immigrazione si fa corposo e drammatico, se è vero che il lungometraggio è aperto e chiuso dalle struggenti immagini di una bambola di pezza che attraversa il Mediterraneo partendo dalle braccia di una bambina che sale su un barcone per poi giungere a riva trascinata dalle onde, abbandonata dalla proprietaria il cui destino è ignoto.
Alla presentazione di “Us + Them” (dove “Us” può nello specifico essere inteso come “noi” privilegiati occidentali, contrapposti a “loro”, le popolazioni disperate del terzo mondo; ma anche come acronimo di United States nazione protagonista di un trumpismo cannibale che divora esseri umani e risorse naturali), Waters ha veementemente affrontato la questione degli sbarchi scagliandosi platealmente contro l’allora Ministro degli Esteri italiano, Matteo Salvini.
Non mancano momenti di puro entertainment di altissimo livello, nei quali il repertorio classico la fa da protagonista: “The great gig in the sky” (qui le coriste evitano prudentemente di esibirsi nell’assolo che aveva reso celebre la divina Clare Torry), “Another brick in the wall”, “Money” (inno dissacrante al denaro) e l’immancabile “Wish you where here”.
Da non perdere, come postfazione dello spettacolo, “A fleeting glimpse” (citazione dal pezzo storico “Comfortably numb”), un dietro le quinte che restituisce le pieghe del lato umano, geniale, bizzarro e schivo, di Roger Waters.
Simone Cozzi
Tra le altre cose, Simone Cozzi è autore di tre romanzi pubblicati da Panda Edizioni. Ne trovate le recensioni su ALIBI Online:
Sabato 16 novembre alle 14.00 Simone Cozzi dialogherà con Saul Stucchi, direttore di ALIBI Online, del tema “Il libero arbitrio nel Delegato Ripamonti” al Circolo ARCI Bellezza di Milano per BookCity 2019.