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Voi siete qui: Biblioteca » “Il suono incrinato. Musica e filosofia nel primo Novecento”

11 Ottobre 2026

“Il suono incrinato. Musica e filosofia nel primo Novecento”

Nella corrente mostra romana dedicata a Kandinskij è possibile recuperare tracce dell’interesse dell’artista per la musica, interesse invero non per un’arte che non fosse la sua specifica, né solo per il noto intreccio che dal Romanticismo in avanti e più ancora nel Novecento, segnatamente nell’ambito delle avanguardie storiche, ha connesso discipline e linguaggi.

Kandinskij indicava una delle possibilità di intendere le arti come saperi che implicavano qualcosa di più del loro specifico quanto piuttosto un modo di dire filosoficamente il tempo che attraversavano. L’arte come conoscenza e rivelazione del mondo, per dirla enfatizzando ma non troppo.

È da una sua frase che prende l’abbrivio uno studio ormai storico, Il suono incrinato. Musica e filosofia nel primo Novecento, di Enrica Lisciani-Petrini, apparso per Einaudi nel 2001 e ora di nuovo in libreria in una versione ripensata e aggiornata per Mimesis. Disse Kandinskij di Debussy che nella sua musica “si riconosce immediatamente l’anima del presente, col suo suono incrinato, le sue sofferenze strazianti e i suoi nervi a pezzi.”

Rileggendo Adorno, Vladimir Jankélévitch, Mario Bortolotto fra gli altri, l’autrice scorre attraverso una parte significativa della storia musicale primo-novecentesca e sottolinea come essa abbia testimoniato nelle sue partiture la fine di un’idea rassicurante del mondo o almeno di una sua compatta organizzazione in un ordine simbolico comprensibile.

L’assenza di fondamento diagnosticata da Nietzsche, che a martellate smantella quell’ordine simbolico durato millenni, ospita una tellurica trasformazione che disorienta, angoscia, riduce a retorica valori e convinzioni del passato così come fa la nuova musica: non mero capovolgimento di tecniche, scrittura, stili ma manifestazione dello slittamento del soggetto in una congerie di frammenti che lo frantumano insieme alla sua visione del mondo.

In vario modo e con differente intensità i musicisti analizzati dall’autrice, Debussy, Ravel, Stravinskij, Schönberg, Berg, Webern, spezzano l’architettura della tonalità tradizionale dando voce a un tempo nuovo che sospende le certezze dell’uomo e delle sue forme espressive sull’orlo di un abisso.

L’essere umano come essere storico (che si tratti di filosofia, arte, esperienza quotidiana) qui come mai prima s’inserisce nel flusso del divenire incarnandone le istanze necessarie, quella modernità cui risponderanno in maniera violenta i conflitti mondiali e le dittature, modernità il cui spirito è detto dalla musica con vigore intellettuale e forte determinazione creativa, a costo di rischiare l’incomprensione altrui, l’ostracismo, la disfatta artistica ed esistenziale.

La partita che giocano questi musicisti, soprattutto la seconda scuola viennese, vuol essere definitiva, perché in gioco non è l’arte in sé ma un’idea stessa della vita. Per questa via la musica incrocia la filosofia; la teoresi sembra più accanita nell’avanguardia (consigliamo, a chi non l’avesse mai fatto, di leggere il manniano Doctor Faustus), ma l’incrinatura, si è detto, è già nell’opera debussyana, ove la crepa che fende il terreno sta nell’“istante musicale” che spezza la continuità armonica e getta la musica all’ascolto (all’esperienza) dell’impermanenza. Ambiguità e inquietudine hanno la meglio in vari casi; come nell’insistenza sul timbro, sul ritmo di Ravel – si veda l’ossessività del Bolero.

Pure nella politonalità di Stravinskij (qui il giudizio severo di Adorno è correttamente rivisto) la potenza del ritmo ha un ruolo importante assieme alla scomposizione della tradizione che viene recuperata in chiave parodica aprendo nuove soluzioni che segnano un distacco dal passato.

Nei tre viennesi infine l’aspetto concettuale della forma, altra rispetto a quella che ha configurato sia la musica classica che quella romantica (bisognerà aspettare Wagner perché il sistema tonale subisca una torsione che lo conserva ma stirandolo oltre le sue possibilità) diventa preminente anche a discapito del piacere emozionale, del semplice ascolto ludico.

Il suono è estremamente organizzato ma intorno a idee formali diverse da quelle prima esperite, il cui principio fondante è analogo: l’uomo novecentesco è gettato, avrebbe detto Heidegger, in un orizzonte predeterminato, lo costituisce sì ma storicamente ora si tratta di un orizzonte precario, relativistico, non lineare: si chiama fine della metafisica.

Un secolo dopo, molti ancora non se ne sono accorti.

Enrica Lisciani-Petrini
Il suono incrinato
Musica e filosofia nel primo Novecento

Mimesis
Collana Volti
2026, 272 pagine
20 €

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