L’inizio non è dei più promettenti: una mia piccola gaffe. Pur avendolo visto in diverse foto, non riconosco Carlo Vistoli mentre ci attendiamo l’un l’altro per un’intervista prima del concerto Amori e danze al Teatro Fraschini di Pavia, la settimana scorsa. Così passiamo un paio di minuti a guardare entrambi lungo Strada Nuova, finché non decido che l’eventuale figuraccia per lo sbaglio di persona è comunque preferibile al rimanere nel dubbio. Credo di essere un buon fisionomista, ma il fatto è che Vistoli dal vivo appare più giovane e dal sorriso più solare rispetto alle foto ufficiali. Più Federer che Malaparte, per dire.
Mentre percorriamo il breve tratto dal teatro al bar scelto per la chiacchierata mi racconta di essere appena uscito da un’influenza che ha rischiato di fargli saltare l’esibizione.

Seduti al tavolino della sala interna del locale, unici avventori e quindi con l’agio di poter chiacchierare con tranquillità, prima di passare alle domande gli racconto come sia nato il mio interesse per i controtenori, un filo che da Shakespeare (ma la scintilla la diede Snoopy…) mi ha portato a Händel per arrivare a Raffaele Pe e al suo lavoro di divulgazione della figura del controtenore.
Il mistero della farcitura
Alla richiesta della cameriera sorge un piccolo equivoco perché Vistoli entrando ha letto nella vetrina dei dolci il cartellino “torta all’albicocca” ma pare che ci sia solo quella alle pere. Subito dopo l’ordinazione (cappuccino, fetta di torta e bicchiere d’acqua per entrambi), propone di passare all’informale tu. Quando arrivano le comande, constato che da ogni singola porzione a Milano tirerebbero fuori due fette. Rido e dico che per fortuna io non avrei dovuto cantare più tardi. Vistoli risponde sorridendo che la torta gli avrebbe dato un po’ di zuccheri e che comunque non avrebbe mangiato prima del concerto.
Gli spiego che le mie, più che domande, sono delle curiosità: il motivo del successo dei controtenori, il confronto tra la situazione italiana e quella europea, se possibile qualche anticipazione sui progetti futuri…
Vistoli prima chiarisce che per sé preferisce la definizione di contraltista, anche per differenziarsi da una tradizione di controtenori soprattutto di scuola inglese e poi fiamminga in senso lato. Nota poi che oggi etichettiamo come “barocco” un repertorio molto più ampio che comprende da una parte Monteverdi e dall’altra Gluck. Se riconosce che ogni controtenore oggi deve essere debitore a chi l’ha preceduto, vero è che negli ultimi vent’anni c’è stato un tentativo di andare oltre quella che si era definita come vocalità del controtenore. Già David Daniels, di scuola americana, al suo culmine negli anni Novanta, aveva contribuito a traghettare verso una maggiore liricità, seguito poi da altri come Bejun Mehta.

Si può dire che questa vocalità sia diventata “di moda”? In qualche modo sì, riconosce. Non sa però dire se sia stata la vocalità a contribuire alla riscoperta del repertorio barocco o il contario. C’è stata una comprensione dei due fenomeni e sicuramente la riscoperta del repertorio è andata anche oltre la vocalità. Aggiunge che nel Seicento e in parte nel Settecento c’era un’usanza, almeno teatrale, che considerava un discorso di fluidità di genere, ante litteram.
Oggi in qualche modo questo discorso è compenetrato nella società o almeno c’è un dibattito su questo fenomeno e sicuramente ci sono state tante conquiste anche in questo senso. Allora questo era un fatto teatrale, non riguardava la società e sicuramente non si può parlare di una società che fosse aperta all’epoca. Neppure più di tanto adesso, lo provoco. «No, neanche adesso» ammette Vistoli, anche se constata che passi in avanti sono stati fatti. Intanto alterniamo sorsi di cappuccino a morsi di torta (a un certo punto un pezzo di crostata mi si blocca in gola e temo di iniziare a tossire per mandarlo giù: per fortuna riesco a gestire la situazione senza ulteriori figuracce e la conversazione procede senza intoppi).
Lo punzecchio ancora: insieme al successo forse c’è al contempo anche una sorta di resistenza da parte di alcuni ascoltatori più tradizionalisti, a prescindere dall’età (paradossalmente certi fenomeni di tradizionalismo si fanno sentire più tra i giovani che a volte si incapricciano di cose che non hanno conosciuto in modo diretto…). Anche in questo caso Vistoli concorda con me, facendomi un esempio.
Qualche mese fa (a maggio, per la precisione) ha cantato Tancredi di Rossini all’Opera di Roma, una parte scritta per una donna, un contralto, anche se sappiamo che all’epoca fu cantata in rare occasione anche da castrati. È stata un’esperienza positiva, di cui è soddisfatto, anche se magari non tutti tra il pubblico sono usciti da teatro convinti. Se dovesse imporsi la linea filologica secondo cui solo i castrati dovrebbero cantare le parti scritte per loro, beh, allora né uomini né donne oggi potrebbero coprire quei ruoli…
Suscitare emozioni
Venendo io dalle Nozze di Figaro ascoltate a Roma e in attesa di quelle al Carlo Felice di Genova gli dico che ho letto che non farebbe mai la parte di Cherubino. Conferma, sottolineando il fatto che Cherubino ha in sé un’ambiguità nell’essere cantato da una donna che si traveste da uomo che si perderebbe se la parte venisse affidata a un uomo. Peraltro riconosce di non avere il physique du rôle…
Mi fa diversi esempi di parti maschili composte per essere cantate da donne, ma potenzialmente anche da uomini, come si fa tutt’oggi. Lui, da ascoltatore, è il primo a essere contento se la parte è affidata a una donna en travesti, a un mezzosoprano o a un contralto che canta bene. Il discrimine è, appunto, cantare bene, al di là degli schemi, e il suo obiettivo è suscitare emozioni e sensazioni nello spettatore. Si sofferma su un punto che gli sta particolarmente a cuore: la ricerca di andare un po’ oltre a quello a cui avevano abituato i controtenori pionieri fino agli anni Novanta, con una vocalità dai suoni più “freddi” rispetto alla scuola italiana, invece dai suoni più “carnosi” e “pieni”.
Proprio nell’ultimo disco Handel’s Italians – Italian Castrati in the London Oratorios ha cercato di far passare l’idea che la vocalità ricercata da Händel anche negli oratori inglesi era in realtà una vocalità all’italiana perché erano parti affidate a castrati italiani (ma anche ai soprani, meno ai tenori). E gli stessi cantanti inglesi si rifacevano poi alla scuola italiana.

Sente la propria vocalità erede della scuola italiana, anche perché ha studiato principalmente con il tenore belcantista William Matteuzzi che ha fatto tanto Rossini e Dionizzetti. Eppure oggi, quando si montano gli oratori inglesi di Händel, raramente si vedono chiamati dei cantanti italiani, anche se all’epoca era proprio a loro che venivano affidate le parti. Gli chiedo il motivo di questa “esclusione”. Perché storicamente la riscoperta di questo repertorio nel Secondo dopoguerra è avvenuta lontano dall’Italia e gli inglesi in qualche modo si sono appropriati degli oratori händeliani, dimenticando a volte che la matrice italiana nel canto era fondamentale.
Italians do it better
Gli interessava fare un disco händeliano perché Händel è forse l’autore a lui più caro e sicuramente quello che canta di più. Ma in realtà l’idea di questo progetto è venuta a suo marito, Luigi Sebastiani, che ha scritto le note del libretto e che ha concepito il tutto. Insieme hanno deciso che il focus dovesse essere il ruolo dei castrati italiani, quindi non una semplice selezione di arie prese qua e là. In realtà c’è poi anche il soprano Giulia Semenzato che canta con Vistoli in due duetti, scelti perché erano stati affidati a una primadonna italiana (Anna Maria Strada del Pò).
Oggi non ci si pensa, ma alcune di queste arie sono nella nostra lingua perché alcuni castrati italiani non erano molto ferrati con l’inglese. Gaetano Guadagni arrivò in Inghilterra giovanissimo, quando non era ancora la star che sarebbe diventata vent’anni dopo, e si adattò a cantare in inglese, come nella Theodora, uno degli oratori più belli di Händel (io l’ho visto a Madrid, con Joyce DiDonato nel ruolo di Irene e il controtenore Iestyn Davies come Didimo).
Giovanni Carestini, invece, arrivò a Londra già assurto allo status di divo e per lui Händel compose Arianna in Creta, Ariodante e Alcina, tre tra i suoi più grandi capolavori. Negli stessi anni il compositore riscrisse delle seconde edizioni degli oratori traducendo alcune arie in italiano perché Carestini non voleva cantarle in inglese. Di fatto erano oratori bilingui. Per questo motivo Vistoli e il marito hanno inserito anche questi brani, andando a cercare dei manoscritti con il testo italiano scritto a mano poco visibile, tanto che alcune parole le hanno dovute ricostruire.
Barocca all’italiana
E il confronto tra la situazione italiana e quella europea? Nella storia recente i Paesi europei hanno riscoperto questo repertorio prima di noi e quindi il loro pubblico è abituato ad ascoltarlo da più tempo. L’Italia è arrivata dopo, forse anche perché qua da noi la grande tradizione operistica – su tutti Verdi – ha in qualche modo fatto da blocco. Vistoli dice di non essere un “baroccaro”, anzi è un grande ammiratore di Wagner e di Strauss e se gli chiedessero qual è la sua opera preferita forse risponderebbe Salome (non gli dico che – per un caso – entrambe di Strauss sono state le uniche opere che finora ho visto insieme al mio figliolo: Elektra a Lisbona nel 2018, in forma di concerto, e appunto Salome a Parigi nel 2024).
È un fatto storico che qui in Italia abbiamo avuto e ancora risentiamo della grande influenza di Verdi, del post Verdi e degli anni del Verismo, prosegue Vistoli. Quindi i cartelloni tuttora sono abbastanza incentrati su questo. Ha però notato che da quando è in attività, ovvero da quattordici anni, c’è un crescente interesse per il barocco.
Il discorso secondo lui influenza le stesse vocalità del controtenore. Vistoli trova che le voci italiane siano sempre state un po’ più rotonde, più calde rispetto ad altre perché risentono di un canto all’italiana in qualche modo entrato nel nostro DNA. C’è anche una scuola che possiamo definire americana, a sua volta derivata da quell’italiana perché informata dai nostri connazionali che spopolavano negli USA, da Enrico Caruso in poi. Cita ancora, come esempi, David Daniels e Bejun Mehta (il mio primo Giulio Cesare, alla Scala nel 2019).
Progetti
Progetti a breve e medio termine? È contento di tornare nella capitale perché con l’Opera di Roma ha un rapporto particolare, essendo il teatro dove ho cantato di più in Italia, fin da quando ha debuttato con l’Orfeo di Gluck nel 2019. Vistoli era agli inizi e loro hanno creduto in lui, affidandogli un ruolo importante, con la regia di Robert Carsen e la direzione di Gianluca Capuano, con il quale è poi iniziata una collaborazione che dura tuttora. L’anno prossimo sarà alla Scala con Capuano per Dido and Aeneas di Purcell: canterà la parte della Sorceress con la prima fissata il 26 ottobre, a quindici anni esatti dal suo debutto, proprio nello stesso ruolo, ma al Teatro Bonci di Cesena.
È molto contento perché a dicembre farà una tournée «corposa» con Emmanuelle Haïm e Le Concert d’Astrée, con il quali ha inciso il disco. Nove concerti per il Messiah di Händel, in giro per l’Europa ma purtroppo senza una tappa italiana. Gli confesso che quella stessa mattina ho comprato il biglietto per il Messiah del 20 dicembre diretto da Giulio Cilona all’Auditorium di Milano, dopo aver acquistato – mesi fa – quello per il Messiah di Ensemble Locatelli al Teatro Sociale di Bergamo per il 19 dicembre. Dunque mi godrò due Messiah diversi, uno dietro l’altro.
La prima parte dell’anno prossimo sarà dedicata a Rinaldo, con due produzioni distinte: prima a Parigi al Théâtre des Champs-Elysées e poi al Theater an der Wien di Vienna. Al teatro parigino, dove ha cantato varie volte ma mai prima nel ruolo del titolo, sarà diretto da Philippe Jaroussky, un controtenore ancora in attività che ha iniziato a fare il direttore d’orchestra, mentre a Vienna sarà diretto da Francesco Corti.
L’ostinazione del cantante
A questo punto gli racconto brevemente dell’incontro che avrei tenuto la settimana dopo e che in effetti ho presentato ieri, giovedì 8 ottobre, alla Biblioteca Ostinata di Milano, per la quale organizzo un ciclo di incontri chiamato I giorni dell’ostinazione. Ospite il giornalista Alberto Mattioli che nel suo libro più recente Il loggionista impenitente. Duemila sere all’opera (Garzanti,2025) menziona ben quattro volte Vistoli, sempre con toni encomiastici, come in questo passaggio: «nella compagnia spicca il protagonista, Carlo Vistoli, al solito eccellente sia per la bellezza del timbro sia per l’efficacia della sua caratterizzazione di un Re capriccioso e pazzoide» (ne Il Xerse di Francesco Cavalli, n.d.r.).

A proposito di ostinazione, quanta ce n’è nel lavoro che fa? Tanta, per arrivare e per rimanere a certi livelli. Quando ha iniziato si era imposto dei paletti, dicendosi che se non ce l’avesse fatta entro i 30 anni, si sarebbe dedicato ad altro. È andata com’è andata, molto meglio di quanto sperasse, confessa. Aveva quindi in mente un piano B? Per un certo periodo, dopo il servizio civile, ha lavorato in una biblioteca comunale. Non gli sarebbe dispiaciuto continuare a lavorare tra i libri. L’ostinazione è fondamentale perché non tutto quello che si tenta va per il verso giusto. Per fortuna nel suo caso sono state molte più le cose che si sono realizzate di quelle che non hanno avuto un esito felice.
Quando ha capito di poter fare del canto la sua professione? Probabilmente nel 2015 quando venne scelto per un progetto allora ancora “accademico” ma che poteva traghettarlo nel mondo del lavoro, ovvero l’accademia-laboratorio Le Jardin des Voix, fondata e diretta da William Christie. Vistoli lavora molto in Francia proprio perché ha fatto le prime cose importanti là. Quella è stata una vetrina, un’esperienza che gli ha aperto molte porte.
Per tornare all’ostinazione: serve anche solo per gestire lo stress. Da fuori uno magari non ci pensa, dice, ma si viaggia molto, bisogna prepararsi e studiare… Domani, 10 ottobre, aprirà la rassegna Note d’autunno alla Reggia di Capodimonte a Napoli, poi sarà a Roma, il 17 e 22 ottobre, per la Petite Messe solennelle di Rossini al Teatro dell’Opera. Da lì andrà in Polonia per una registrazione, per passare a Berlino per L’Incoronazione di Poppea di Monteverdi alla Staatsoper Unter den Linden (dal 20 al 26 novembre). E poi la tournée del Messiah per finire a Los Angeles (il 15 dicembre alla Walt Disney Concert Hall). Pur avendo l’aiuto degli agenti, Vistoli è molto indipendente e cerca di fare da sé quanto più può.
L’ostinazione serve per arrivare ma anche per mantenere lo standard che occorre. E il discorso ritorna, ad anello, all’inizio, al raffreddore dei giorni passati che lo farà cantare al Fraschini con un po’ di tensione in più perché non dovrà dare la sensazione di non essere al cento per cento (come ho scritto nella recensione del concerto, non c’era traccia nella sua voce del recente malanno). La costanza di guardare sempre avanti è una forma di ostinazione.

Il tempo a nostra disposizione si è esaurito. Ma rimane ancora qualche istante per chiedergli un autografo sul nuovo album. Evita di firmare sulla copertina perché gli piace molto, «così pulita». Lo ringrazio e ne ottengo in cambio i suoi di ringraziamenti e le scuse per non avere avuto più tempo a disposizione (io che speravo in dieci minuti ho avuto il piacere di chiacchierare con lui per quasi un’ora!).
M’impongo nella gara a offrire la merenda e alla fine scopriamo che in effetti il cartellino esposto indicava una farcitura all’albicocca, ma era sbagliato. «Era buona?» s’informa il gestore, contento per il nostro comune assentire, «Ma non lo dico a Sabrina perché poi si monta la testa!». Da quanto ho potuto vedere, non è un rischio che corre Carlo Vistoli.
Saul Stucchi
Handel’s Italians
Italian Castrati in the London Oratorios
Carlo Vistoli
Le Concert d’Astrée
Emmanuelle Haïm
Harmonia Mundi, 2026
www.harmoniamundi.com