Una promessa, una lettera, una rivelazione – e un’altra, più sconvolgente, che la segue. Questi gli elementi essenziali di un racconto sconosciuto ai lettori italiani, Un debito pagato in ritardo, del prolifico Stefan Zweig, curato e tradotto da Raoul Precht per Palingenia, editore raffinatissimo di cui abbiamo già scritto in occasione dell’ultimo libro di Francesco Permunian.
I titoli dello scrittore austriaco, come detto, non sono pochi, ma la cosa curiosa nella ricezione italiana è che essendo essi privi di una chiara marcatura editoriale, la collocazione dello scrittore resta un po’ incerta. Potenza del paratesto, si sarebbe detto un tempo, a partire da quel rimando a un segno autoriale definito anche dall’appartenenza a un marchio, a una collana, etc.
Ora, potrebbe non necessariamente essere un male, visto che riflette in fondo l’eterogeneità della scrittura di Zweig; resta tuttavia quanto mai opportuna e felice la scelta di affidare la cura di questo inedito, e dei brevi testi che lo accompagnano, nelle mani di Raoul Precht, apprezzato scrittore in proprio, ottimo conoscitore di Zweig, al quale ha già dedicato un paio di libri.

La breve storia di questo racconto, non privo nel décor di echi ottocenteschi e umori da romanticismo tedesco, è tutta contenuta nella lettera che la protagonista, Margaret, invia a Ellen, amica di gioventù, per raccontarle un episodio da poco accaduto: l’incontro, dopo decenni, con l’attore Peter Sturz, che era stato il mito della loro adolescenza.
Adolescenza che viene ripercorsa nel ricordo; al suo centro, come a cifrarla in un valore decisivo, sta la passione sfrenata, esaltata, infantile per un attore la cui arte risultava loro così ammaliante da anteporla a qualsiasi altro interesse. La fascinazione era tale che le due ragazzine lo cercavano per strada, pur evitando, a differenza di altre ragazze, di avvicinarlo, di azzardare moine, di ammiccare in qualche modo.
La protagonista racconta tutto questo molti anni dopo, in seguito a un periodo di esaurimento psicofisico, una piccola vacanza che si concede in Tirolo, un bisogno di solitudine che sbucci via i suoi doveri di madre e moglie e rifarla centrare, nel ritmo calmo di una passeggiata e nell’ascolto della natura solitaria, in un sé più intimo, autentico.
Il caso, coniugato a una ritrovata disposizione d’animo, la metterà davanti all’imponderabile, evenienza che darà un senso tutt’affatto diverso all’esperienza giovanile, che smette di colpo di apparire come una banale infatuazione e improvvisamente si rivelerà tutt’altro, la scoperta di qualcosa di sé, ignoto anche all’amica, cui, per la promessa antica di scambiarsi ogni pensiero o emozione riguardante il mitizzato attore, ora è costretta a rivelare.
L’incontro imprevisto con l’uomo ormai vecchio, assai malandato, “un fallito, un relitto”, deriso come un povero barbone, qual è in effetti, dagli avventori della locanda in cui alloggia la donna, seccati dai suoi sproloqui, dalle sue invettive contro un mondo che nemmeno conoscono (il cinema, i suoi attori, l’arte ridotta a merce), aprirà una luce infuocata sul passato autentico della protagonista.
“Non è strano – scrive a un certo punto -, non è vergognoso, mia carissima amica, che io abbia dimenticato tutto ciò, per anni e anni, perché per pudore volevo dimenticarlo?” Ciò che riaffiora dall’oblio la scuote come la vita metodica, rassicurante che conduce da tempo non le avrebbe mai fatto immaginare – e abbaglia il lettore che vede come un frangente minimo, un attimo di sospensione, un gesto fatale avrebbero potuto indirizzare un’esistenza intera (o forse due) in una oscura direzione.
Per non dire troppo, basterà forse notare che se quel che accade nella locanda darà anche ragione del titolo, a un certo punto la donna nella lettera farà riferimento a quel signore, Freud, che per l’autore empirico ebbe un peso notevole (senza volere per questo forzare la lettura del dettato nel senso di un’agnizione, di una scoperta di sé), come, Precht lo spiega bene nella postfazione, l’ebbe il teatro.
Il che spiega il fatto che il volumetto – con testo a fronte e un piccolo corredo fotografico – contenga quattro brevi scritti su un mondo che Zweig stesso frequentò, con alterne fortune, testi incentrati sulle figure degli attori Josef Kainz e Alexander Moissi.
Un debito pagato in ritardo è un racconto fluido e tremebondo che concede al lettore la possibilità di spostare lo sguardo dalla donna all’attore: e da essi allo scrittore, a Zweig, che del teatro nutrì una concezione nobile, tipica del tempo rimpianto nel celebre Il mondo di ieri.
Lì, come molti viennesi, egli trovava un’arte che nella finis Austriae suggellava al meglio un ideale di bellezza, una vera e propria forma di vita: così persuasa di sé che volgendo alla fine non immaginava di dover essere sostituita dalla sua totale negazione, dall’orrore mondiale che nel 1942 spinse lo scrittore, ebreo, al suicidio.
Michele Lupo
Stefan Zweig
Un debito pagato in ritardo
Traduzione e cura di Raoul Precht
Testo a fronte
Palingenia
Collana I ponti
2026, 176 pagine
28 €