Il mese di ottobre si è aperto per il Teatro Fraschini di Pavia con uno di quegli eventi che lasciano il segno nella memoria. Come quarto appuntamento della rassegna Preludi d’Autunno si è tenuto il concerto Amori e danze, che ha visto esibirsi il controtenore Carlo Vistoli (ma lui preferisce il temine di contraltista) con l’Orchestra Ghislieri diretta da Giulio Prandi in un programma completamente dedicato a Georg Friedrich Händel, alternando arie a brani solo strumentali come l’ouverture del Radamisto che l’ha aperto.
Sul palcoscenico ho subito riconosciuto il giovane Giulio Falzone alla tiorba, avendolo visto (e apprezzato!) solo pochi giorni prima al Teatro Donizetti di Bergamo, impegnato con l’Ensemble Locatelli in un altro concerto “monografico” di Händel, quella volta con protagonista Nicolò Balducci. È il segno del successo del repertorio barocco e di questi ruoli, un tempo affidati alla vocalità dei castrati. Diciamo subito che Falzone si è preso, meritatamente, la maggior parte delle segnalazioni del direttore Prandi.
Il perché di “danze” nel titolo della serata lo spiegano le note musicologiche di Rosa Franciamore nel libretto di sala: «Sotto le arie, dentro le sinfonie, perfino dove il teatro sembra andare in pezzi, in Händel c’è quasi sempre la sensazione che qualcuno stia ballando».
E così hanno danzato le mie dita per la maggior parte del concerto, al ritmo delle note delle arie più famose del “caro Sassone” (e intanto pensavo a quanto Händel abbia ascoltato in quello che per me doveva essere – e in buona parte è stato – l’anno del “prete rosso”, dall’Olimpiade all’Affare Vivaldi).

Prima del concerto ho avuto il piacere di intervistare Carlo Vistoli – ne renderò conto tra qualche giorno, in un articolo a parte – che ha esordito parlandomi dell’influenza da cui si stava rimettendo. Non ne ho notato traccia durante l’esibizione: avrà avuto un effetto balsamico la fetta di torta mangiata a merenda? Allo stesso modo non vi è stata praticamente traccia del suo nuovo album, da poco uscito per l’etichetta Harmonia Mundi: Handel’s Italians. Italian Castrati in the London Oratorios, realizzato con Le Concert d’Astrée diretto da Emmanuelle Haïm. Ne dirò in chiusura.
Perché è stato un evento memorabile? Perché ha visto amalgamarsi alla perfezione i talenti di tutti, sotto l’abile bacchetta di Prandi che, davvero, «dirige con l’energia di chi ama profondamente la musica e la curiosità di chi ne esplora ogni sfumatura», per citare ancora dal libretto di sala.
Sublimi le arie (“Abbrugio, avvampo e fremo” dal Rinaldo ha forse ricevuto l’applauso più caloroso, per rimanere in tema, a eccezione degli apprezzatissimi bis finali) ma non meno belle sono state le parti solo musicali, tutt’altro che un riempitivo. Piccola considerazione personale: l’ansia da applauso ha in qualche caso troncato troppo presto la magica atmosfera di sospensione del tempo alla fine di arie come “Scherza infida” da Ariodante, una delle mie preferite, coi violoncelli pizzicati e il fagotto di Yoan Otaño ben in evidenza (infatti segnalato dal maestro Prandi, come il flauto dolce di Priska Comploi nel movimento Tambourin dell’Alcina).

Nelle arie, magistralmente cantate da Vistoli, amor inevitabilmente fa rima con dolor e cor. Il programma ufficiale si è chiuso con “Se in fiorito ameno prato” dal Giulio Cesare e per qualche momento il Ticino si è fatto Nilo, mentre Vistoli intratteneva un siparietto con il primo violino Marco Bianchi (nella mia mente la scena si sovrapponeva a quella dell’opera vista al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino questa estate, con Raffaele Pe nel ruolo del titolo).
Già in “Ah stigie larve” e “Vaghe pupille” dall’Orlando erano emerse in modo prepotente le doti attoriali di Vistoli: era evidente che avrebbe voluto muoversi di più sul palcoscenico, come durante una rappresentazione scenica.
Ed eccoci ai bis, uno più intenso dell’altro. Da “Lascia la spina, cogli la rosa” da Il trionfo del tempo e del disinganno sulle stesse note della sarabanda dell’Almira, poi riprese con disinvolta opera di auto-copia-incolla nel Rinaldo con un nuovo testo “Lascia ch’io pianga mia cruda sorte” a “Furibondo spira il vento” da Partenope, annunciato dallo stesso Vistoli, per concludere con un «piccolo gioiello», «l’ultimo bis, altri non ne abbiamo», ha scherzato il maestro Prandi presentando l’aria dalla Deborah, uno degli oratori presenti nel nuovo album di Vistoli.
Aria cantata in italiano, come nella versione del 1734 predisposta per rispondere alle esigenze del castrato Giovanni Carestini. Prandi ha ricordato al pubblico che capitava che si cantassero opere con parti in una lingua e parti in un’altra, fino a pochi decenni fa, tanto che si troovano ancora dischi di una Carmen in francese con parti in russo perché il cantante evidentemente si trovava a suo agio soltanto con la propria lingua madre… Non è naturalmente un limite di Vistoli!
Chiusa la rassegna Preludi d’Autunno con il concerto Masquerade di sabato 3 ottobre – la programmazione del Teatro Fraschini proseguirà con la Turandot di Puccini in calendario per venerdì 9 e domenica 11 ottobre, con l’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano diretta da Alessandro D’Agostini.
Saul Stucchi
Amori e danze
Controtenore: Carlo Vistoli
Orchestra Ghislieri
Direttore: Giulio Prandi
Giovedì 1° ottobre 2026 ore 20:30
Teatro Fraschini
Strada Nuova 136
Pavia
Informazioni e programma: