Può accadere che quattro individui adulti, una donna e tre uomini, ritrovatisi a lavorare da colleghi, sviluppino nel tempo intrecci di affetto e di stima che superano, con piacere pari a discrezione, la semplice collaborazione professionale.
Ne può derivare come conseguenza che decidano di riorganizzare una breve trasferta lavorativa trasformandola in parte in un’occasione di condivisione di ore libere, prenotando il pernottamento un po’ fuori rotta in un agriturismo della Franciacorta, che ospitandoli fuori stagione assegna a ciascuno di loro un intero appartamento, e la cena in una celebrata (a ragion veduta) osteria poco distante.
Al tavolo rotondo e dopo sotto il pergolato di quella osteria, può poi verificarsi una delle magie o forse miracoli che accadono di tanto in tanto tra gli esseri della bizzarra specie cui apparteniamo ovvero che i commensali decidano di voltare e denudare le proprie carte e che in quelle carte ci siano il dolore più segreto e costitutivo e quella ingovernabile e necessaria sostanza che potremmo chiamare desiderio. Può infine capitare che di tutta quella circostanza resti un reperto concreto da conservare come una piccola reliquia.

Stavo cercando, prima di coricarmi, un bicchiere da riempire d’acqua per assumere i farmaci serali quando me la sono ritrovata sotto le dita, dimenticata accanto alla caffettiera: una vecchia scatola di fiammiferi. Rossa e blu, di marca Marsiglia, piena per due terzi di fiammiferi fabbricati a Benevento, vecchi ma ancora integri e sufficientemente asciutti. Senza indugio me la sono infilata in tasca.
L’indomani mattina, dopo la colazione, la prima sigaretta della giornata, nell’ampio giardino, l’ho accesa con uno di quelli: dunque funzionavano ancora e il gesto antico e l’odore che proveniva dal passato hanno fatto arrivare uno sciame di emozioni e pensieri.
Sì, certo, si trattava di nostalgia di giovinezza ma lo sciame non conteneva soltanto quella. C’era una qualche forma di dimenticata bellezza nei gesti da compiere per far scaturire la piccola fiamma naturale e aspirare la prima boccata di fumo.
Poi la valutazione di quei piccoli oggetti: utili, semplici, umili, improntati al buon senso, soppiantati da un’invasione di plastica. Ma li vendevano ancora? Sino a qualche anno fa li compravo per andare allo stadio, perché lì all’ingresso gli accendini, che potrebbero trasformarsi in pericolosi proiettili se lanciati sul campo, te li requisiscono. Il giorno dopo, un fumatore di pipa ha fornito una risposta affermativa alla mia domanda, precisando inoltre che la loro fiamma non corrompe l’aroma del tabacco: sono corso in tabaccheria ad acquistarli.
Adesso li centellino la sera per accendere le sigarette che fumo sul balcone dopo cena, aggiungendo alla consuetudine una piccola quota di rituale e forse sottraendomi, in minuscola percentuale e per qualche istante, alla forsennata stupidità del nostro tempo.
Giovanni Granatelli
Di Giovanni Granatelli a ottobre uscirà, per l’editore Bolis, la raccolta poetica Stelle in fuga.
Foto di Jith JR, da WikiMedia.