Ci si può immaginare Tersite che segue un corso di dizione? Nell’Iliade ha parecchie cose da dire, e le dice pure ad alta voce, infischiandosene dell’ars retorica (peraltro, non ancora codificata). È brutto, deforme, sgradevole nei modi; soprattutto, non ha il pedigree necessario per permettersi certe libertà.
Quando prende la parola contro Agamennone, Odisseo lo rimette al suo posto con argomenti piuttosto convincenti, compreso il bastone. La questione sembra chiusa. E invece è proprio da questo personaggio maltrattato, che nell’epica ha tutte le caratteristiche per risultare antipatico, che Dino Baldi comincia il suo Il brutto eloquente. Retorica plebea da Tersite a Socrate (Quodlibet).
Il titolo contiene già un piccolo paradosso. Nella cultura greca la bellezza non era una faccenda privata, una questione di specchi e vanità. Aveva a che fare con la posizione sociale, con la virtù, con il prestigio e con la credibilità. Un corpo armonioso prometteva, almeno in teoria, un’anima altrettanto ben disposta.
Il brutto, al contrario, doveva faticare per essere ascoltato, ammesso che qualcuno fosse disposto a concedergli la parola. Baldi si interessa proprio a questi personaggi fuori posto, quelli che non hanno l’aspetto giusto o il comportamento richiesto per frequentare il salotto buono della cultura e della politica. Eppure parlano e talvolta risultano molto efficaci.

Il brutto eloquente per lo più è una figura scomoda. In luogo di un’oratoria composta, la sua parola può essere aggressiva, obliqua, beffarda, capace di insinuarsi dove il discorso ufficiale preferirebbe non avere ospiti. Se la retorica è anche un modo per occupare una posizione nella società, questi personaggi dimostrano che non occorre avere le credenziali giuste per esercitarla.
Tersite è un caso vistoso. Pur non possedendo l’autorità o gli strumenti per trasformare la protesta in qualcosa di più di una momentanea intemperanza, nell’assemblea degli Achei osa contestare il capo. Senonché Odisseo, “al servizio del conformismo politico e sociale”, lo zittisce e il pubblico ride – una punizione? Epperò la comicità di Tersite, la sua intrusione nel linguaggio degli eroi, un effetto lo produce: per un momento il mondo aristocratico dell’Iliade si trova a fare i conti con una voce che non gli appartiene. Non siamo alla rivoluzione ma una breccia si apre nell’ordine simbolico.
Odisseo è tutt’altro, lo sappiamo. Con un po’ di cattiveria, lo diremmo un uomo per tutte le stagioni, almeno la sua eloquenza lo è: è un professionista della parola, non proprio l’uomo più sincero del mondo, anzi, dove lo trovi un altro così bravo a dissimulare, cambiare identità e adattare il discorso alle circostanze?
Non gli interessa tanto dire la verità quanto trovare la versione delle cose che gli consenta di cavarsela. In questo senso la sua abilità appartiene alla stessa zona di ambiguità che Baldi esplora nel libro: la parola come strumento di sopravvivenza, di aggiramento, di conquista (“Le parole sono importanti”, urlava il tale, omettendone la valenza oscura, predatoria).
Anche Esopo, con le sue favole, conosce bene i vantaggi di non parlare frontalmente. La condizione subordinata, che dovrebbe impedirgli di rivolgersi ai potenti da pari a pari, diventa un’occasione per inventare un’altra strada.
Gli animali fanno il lavoro sporco: litigano, comandano, ingannano, soccombono, e intanto gli uomini possono riconoscersi senza essere chiamati direttamente in causa. La favola è un dispositivo di grande intelligenza, ma anche una forma di prudenza. Chi non può permettersi di dire tutto apertamente impara a farlo dire ad altri, magari a una volpe.
Il nome più discusso di questo libro, serio e gustoso insieme, è Socrate. Il suo volto era diventato quasi un argomento filosofico, una smentita vivente dell’idea che la qualità interiore dovesse necessariamente manifestarsi nell’armonia esteriore.
Celebre è l’episodio di Zopiro, il fisiognomo – antenato di Lombroso – che avrebbe riconosciuto nel filosofo inclinazioni viziose proprio osservandone i tratti. Socrate non si offende: ammette che quelle inclinazioni esistono, ma sostiene di averle domate attraverso l’educazione.
È uno dei meriti di Baldi aver costruito intorno a queste figure un itinerario che non si limita a mettere in fila curiosità dell’antichità. Il libro mostra quanto il parlare sia legato ai rapporti di forza, alle gerarchie e alle aspettative sociali.
Chi parla occupa un posto, o cerca di conquistarselo, e spesso deve fare i conti con chi quel posto vorrebbe assegnarglielo una volta per tutte. Il brutto eloquente disturba questa distribuzione delle parti. Può esercitare l’autorità pur non avendone l’aspetto e non disponendo del prestigio necessario. Tuttavia gli può riuscire di farsi ascoltare proprio rompendo l’ordine del discorso.
Baldi sa tenere insieme materiali diversi, senza trasformare la ricostruzione storica in una sfilata di erudizione. La retorica si sporca le mani con la vita, con la subordinazione e con le piccole astuzie necessarie a chi non può permettersi il lusso di essere autorevole per nascita.
Tersite, Esopo, Odisseo e Socrate diventano così presenze attraverso cui osservare le molte possibilità della parola quando non coincide con il decoro e con il potere, tantomeno con le buone maniere. Non è detto che una voce sgradevole sia una voce da eliminare. Talvolta la verità, o almeno una buona domanda, arriva dalla persona meno adatta a essere invitata a parlare – in apparenza.
Michele Lupo
Dino Baldi
Il brutto eloquente
Retorica plebea da Tersite a Socrate
Quodlibet
Collana Saggi
2026, 260 pagine
20 €