Università di Buffalo, anno 1972: lì Michel Foucault tiene un corso che ora Einaudi manda in libreria col titolo Storia della verità, tradotto da Valeria Zini. Benché il lavoro sia inedito, il titolo potrebbe non stupire i frequentatori del filosofo francese, essendo il tema della verità centrale nelle sue ricerche. Le analisi condotte in questo ciclo di conferenze abbracciano secoli di storia potendone però immaginare due estremi poli attrattivi, la Grecia e la modernità, Omero e Nietzsche.
Se questo è il campo materiale in cui si esercita l’indagine di Foucault, il gioco verte si diceva sul tema della verità: un intreccio mai risolto di sapere e potere omesso ad avviso del filosofo francese persino dall’ideologia marxista dove “le formazioni e i processi sociali, le determinazioni economiche, i rapporti e le forme di produzione svolgono un ruolo in qualche modo esteriore al sapere stesso”.
L’origine del vulnus sta in Grecia, e lo ha individuato Nietzsche: un’assenza decisiva nel discorso sulla verità, ossia la corriva, indiscussa fiducia che la conoscenza sia nel soggetto, finisce per omettere, dimenticare la questione del potere.

La ricerca di Foucault riparte dunque dalla genealogia nicciana (nella sua formulazione, lo ricordano nell’introduzione Henri-Paul Fruchaud e Orazio Irrera, si parla di “dinastica del sapere”). Il vero/falso non può costituirsi come opposizione già data, ma va decostruito indagando i saperi in rapporto al potere, lasciando in sospeso lo statuto di verità dei primi, discutendo la pretesa di fondamento, cosa che l’ideologia (il marxismo in particolare è l’obiettivo dialettico) non riesce a fare; smantellare l’illusione di un soggetto universale della conoscenza, delle cui radici il filosofo va a caccia cercandone le connessioni col potere.
Ne cerca le tracce nei poemi omerici, nelle tragedie, nelle leggi di Solone, nella filosofia classica, e per giungere alla modernità passa dal Medioevo. “Socratismo”, si potrebbe dire, l’idea che il sapere sarebbe disinteressato, “buono”, dunque persino opposto al potere, il cui oblio invece si configura, scrive Foucault, come “motore della storia”: un errore reiterato.
Pensare contro questo errore significa mettere Nietzsche “contro Freud, contro il significante, contro Saussurre, contro la semiologia ecc”. È il lavoro di una vita, quello di Foucault, dalla Storia della follia al sistema carcerario, per limitarci ai momenti più noti: pazzo e criminale sono figure che solo un sapere già potere può determinare, né la parola del primo viene paritariamente riammessa nell’ordine del discorso attraverso la pratica analitico/terapeutica.
In queste undici lezioni americane, pubblicate prima in Francia un anno fa, fra storia, letteratura e filosofia il filosofo ripercorre il permanere di una pretesa fallace, ossia quella che esista una verità autonoma, essenzialista, il cuore di un sapere giusto e causa sui, opposto al potere, il tiranno da smascherare e sconfiggere.
Il suo obiettivo è invece verificare quanto la stessa nozione di verità (e con essa di sapere) sia fragile, nel mostrare come già nell’antichità sapere e potere s’intreccino, quanto e come ci troviamo di fronte a un legame che si realizza in una genitura simultanea – si tratti di magia, profezia, inchiesta, o del modo in cui si disegna la giustizia in Grecia o nel Medioevo.
Gli esempi sono molti, non riassumibili qui, Esiodo, Sofocle, il mito, i poemi e la tragedia, la storia e la scienza – gli aspetti economici incrociano dispositivi giuridici e istituzioni, ma anche racconti del passato e rituali.
Come stabilire in una società torti e ragioni? Chi e con quale autorità consegna prove e giuramenti? Edipo giunge alla tragica verità di essere lui l’assassino di suo padre e ci arriva in virtù del potere che gli consente anzi lo obbliga a cercarlo: con la conclusione che il nuovo sapere mette in crisi il suo stesso potere.
Nella Grecia antica la misura (dove inizia o finisce il mio terreno) diventa una formula veritativa, in luogo di un mero strumento tecnico. E quale misura risulterà più stringente della moneta? “La moneta è prima di tutto la misura che darà alla città l’ordine della giustizia e la farà funzionare come si deve, secondo la sua norma, secondo il suo ideale”.
Una ragione politica, la necessità di un ordine sociale non si danno dunque senza rapporti di forza il cui peso fa slittare anche la decisione su chi sia latore di verità, di sapere. Per non dire delle procedure coercitive delle torture medievali in cui la “verità” viene estorta attraverso una feroce forzatura del modello dell’inchiesta e non per questo si pensa di dubitarne, il contrario: una tecnologia evidente del reciproco rafforzamento di sapere (presunto) e potere (drammaticamente reale).
Le procedure di controllo selezionano a priori l’ammissibilità di un discorso, senza avvedersi di quanto anche quelle più apparentemente aperte, “democratiche” siano imbastite nel tessuto agente persino violento del potere. A partire da un esame universitario, ma questo discorso Foucault non fece in tempo a svilupparlo.
Michele Lupo
Michel Foucault
Storia della verità
Corso all’Università di Buffalo marzo-aprile 1972
Traduzione di Valeria Zini
Einaudi
2026, pp 348 Euro 25