Maurizio Maggiani narra (e celebra) la fatica di ogni giorno, ciò che rimane della vita e di chi l’ha vissuta. Per farlo lo scrittore in Almanacco dei viventi (Feltrinelli, 2026) ha radunato prose e scatti raccolti in una vita.
Le immagini ritraggono sconosciuti e oggetti abbandonati, poggiati da qualcuno che poi non ha avuto il tempo di riprenderli. Per sbadataggine o per vaghezza. Negli oggetti fotografati permane la storia di chi li ha posseduti e poi abbandonati: su un tavolo, su una panchina, su un muricciolo. L’ombra umana rimane e permane nelle immagini per rivelare la quotidianità, la stanchezza dopo una giornata di lavoro, abbozzi di vita che andrebbero perduti.

Le immagini in bianco e nero si legano a quelle a colori e a quelle catturate dagli smartphone per raccontare momenti imperfetti: una smorfia, un gesto, un sorriso di cui nessuno si accorge. A un certo punto immagini e parole sembrano sostenersi. Vivere l’una insieme all’altra in equilibrio. Complice anche l’uso di una lingua e di una scrittura che evita gli eccessi.
All’autore – che ha vinto diversi premi, tra cui lo Strega nel 2005 – non interessa dimostrare la propria bravura. Né fare di questo libro composito un esercizio di stile. Semmai l’intento è quello di inseguire e raccontare il volto umano. E dare voce a tutti coloro la cui vita sembra, agli occhi dei più, scontata.
Quando non medita – perché Almanacco dei viventi è un libro di meditazioni più che di storie inventate o epiche − Maggiani ricostruisce le azioni, gli atti mancati, le emozioni sottili di quegli uomini e di quelle donne che ha ritratto. Dà forma alla vita, secondo un’idea di pura filologia quotidiana del possibile. Ovvero riscrivere ciò che è accaduto o è potuto accadere senza inventare troppo. Maggiani scrive di atti che si ripetono nel tempo. Che di epico e inventato hanno molto poco.
In modo diretto, quasi evangelico, l’autore porta al centro della sua riflessione − tramite un volto tra la folla, durante i funerali di Berlinguer − il valore che ha avuto l’essere iscritti al sindacato o esserne parte attiva. Lo scrittore constata come nel gesto manuale sia insita una dignità che dava alle vite delle famiglie di pochi decenni fa. Ruolo che gli agricoltori, i meccanici e i muratori continuano ad avere anche in una società globale e perciò liquida nella quale si è immersi.
Dai frammenti di vita − che siano uno sguardo, una smorfia o un sorriso abbozzato, non ha importanza – emerge anche la malinconia che viene a un certo punto, quando si prende coscienza che bisogna convivere con il tempo e il dolore.
Non c’è consolazione nelle parole dell’autore, semmai una serena rassegnazione. Quella stessa che percorre tutti i racconti contenuti ne I sillabari di Goffredo Parise.
Insito in quest’opera è anche il bisogno di raccontare lo scorrere del tempo, cosa che compare un po’ in tutti i testi raccolti in questo libro.
Claudio Cherin
Maurizio Maggiani
Almanacco dei viventi
Feltrinelli
Collana I Narratori
2026, 176 pagine
25 €