Pubblicato per la prima volta nel 1985, La guerra non ha un volto di donna di Svetlana Aleksievič (Opere. Guerre: Ragazzi di zinco – La guerra non ha un volto di donna – Gli ultimi testimoni a cura di Sergio Rapetti, traduzione Paolo Maria Bonora, Nadia Cicognini per Bompiani, 2022) è il resoconto sulla Seconda guerra mondiale attraverso gli occhi di centinaia di donne. Dando così la possibilità di parola alle di soldatesse, infermiere, operaie delle fabbriche di munizioni o di donne rimaste a casa, figure escluse dalle narrazioni storiche ufficiali dell’URSS.

Ciò che impressiona è il coraggio e la dedizione delle giovani donne che sono state pronte, a sedici-diciotto anni, ad andare in guerra da volontarie e a sacrificarsi per realizzare il progetto sovietico.
I racconti, spesso raccolti per tema, riguardano la vita quotidiana, lo stupore di fronte alla morte delle ragazze o sulla solitudine. I ‘piccoli dettagli’, il calore e la vivacità della vita − come una ciocca di capelli rimasta sulla fronte dopo il taglio della treccia o un abito da sposa fatto di bende, il cioccolato lasciato sotto il cuscino di un tenente o le pentole fumanti di zuppa, che nessuno mangia perché destinate a persone morte in battaglia – raccontano la speranza, la paura o i desideri di coloro che si sono trovate a prendere delle scelte dolorose, che le avrebbero segnate per sempre.
Per far emergere questi sentimenti inconfessabili Aleksievič mette queste donne a loro agio. Cosa che si capisce quando l’autrice trascrive frammenti di conversazione, quando non ricostruisce gli eventi a cui le donne si riferiscono. O lasciando che facciano digressioni. Nelle loro discrepanze e nelle loro piccole mancanze si coglie l’intento del libro: raccontare per restituire un’umanità che la narrazione storica ha volutamente relegato nell’oblio.
Mostrando anche paure effimere o vane o lasciando parlare le intervistate affiorano storie minime ma al tempo stesso di grande efficacia. Come accade quando una di loro descrive un’anziana donna che si esercitava a lanciare mestoli di acqua bollente dalla finestra, con l’intento di allenarsi per colpire i nazisti, quando questi avrebbero raggiunto le sue finestre.
L’empatia che si delinea tra la scrittrice e le donne che raccontano non solo è la caratteristica peculiare del testo, ma anche il modo per far raccontare il quotidiano e quanto queste donne non avrebbero raccontato se non a una persona amica o di fiducia. Come il desiderio di essere carine nonostante gli scarponi e le divise sporche di guerra, la paura di essere fatte a brandelli da una mina. Sono i ricordi apparentemente insignificanti a rendere questo libro della scrittrice bielorussa interessante. Ma anche le paure.
Al coraggio, infatti, si affianca la paura di cadere in mano ai nazisti e finire uccise o in qualche campo di concentramento. E l’atteggiamento ostile degli uomini, perché le sottovalutano. E in alcuni momenti le mortificano o le disprezzano. Così si capisce che alcune cose non cambiano anche in tempo di guerra. A rimanere in momenti di difficoltà è il pregiudizio nei confronti delle donne che permea tutta la società russa anche dalla Rivoluzione fino alla Seconda guerra mondiale. E nel quale molti sono cresciuti.
Svetlana Aleksievič vuole dare voce alle donne, descrivere il ruolo delle donne, ma far comprendere come queste si siano distinte e abbiano fatto la loro parte. Quello che però la scrittrice bielorussa non riesce a far esporre è come queste donne siano riuscite a ricostruire dopo la guerra le loro vite sentimentali. Forse perché è più difficile parlare dell’amore che della morte. A essere raccontato o menzionato è solo l’amore per Stalin.
Claudio Cherin
Svetlana Aleksievič
Opere. Guerre
A cura di Sergio Rapetti
Traduzione di Paolo Maria Bonora e Nadia Cicognini
Bompiani
Collana Overlook
2022, 1040 pagine
35 €