Non so se sia il caso di richiamare la categoria del libertino per il protagonista della tragedia – in Italia non notissima – Peccato che fosse puttana (titolo originale ‘Tis Pity She’s a Whore), di John Ford, drammaturgo inglese seicentesco, di un ‘600, suggerisce Nadia Fusini che ha curato traduzione e commento del testo già diverso tempo fa (facciamo qui riferimento all’edizione SE nella collana “Assonanze”), prossimo a liquidare i teatri e a lasciarsi alle spalle la gloriosa tradizione drammaturgica inglese.
Perché il libertinismo potrebbe essere troppo o troppo poco. Lo spregiudicato Giovanni s’innamora della sorella Annabella con tutti i sentimenti del caso, non ultimi quelli carnali se è vero che dalla confessione – ricambiata con trasporto medesimo dalla ragazza dopo il primo shock – al baldacchino il passaggio pare subitaneo.
Siamo a Parma, unità di luogo in cui la rete di intrighi, finzioni e vendette si ramifica attraverso un ceppo principale (l’oltranza del rapporto incestuoso e il conflitto con la Legge, incarnata da Florio, il padre di entrambi, a sua volta perfido macchinatore di trappole per costringere la figlia a sposare chi dice lui), il viavai dei pretendenti, più o meno mascherati, le ricadute sulle sorti di una serie di personaggi minori in qualche modo implicati in sottotrame legate alla vicenda maggiore (anche qui, i complotti, i tradimenti e i regolamenti di conti si sprecano).
Giovanni non è solo il bruto scassinatore della Legge morale che si potrebbe immaginare: contro le reprimende del frate che gli ingiunge di non cedere all’osceno desiderio, Giovanni oppone ragionamenti e teoremi che legittimino la sua azione – prende la lezione platonica e la cambia di segno: se l’amore è questo ricongiungimento di due anime, quale più del suo con la sorella ne è testimonianza suprema, inclusi carne, sangue e ragione?

Fatto è che i due ragazzi non trattengono la loro foga in nessun senso: Annabella si ritrova presto incinta e a quel punto, per evitare lo scandalo, si ritiene costretta a cedere alle lusinghe di Soranzo, il più plausibile fra i suoi pretendenti – la goffaggine di altri è tale da marcare il territorio non esiguo degli accenti comici presenti nel testo.
Lasciamo il resto della trama al lettore (idealmente, lo spettatore) per il quale è facile capire che “nulla è come sembra” perché osserva via via le manovre dei protagonisti, impegnati, più o meno tutti, a darle e immancabilmente a prenderle, in un disegno generale le cui matrici sono la violenza e la menzogna – il protagonista aborre la seconda, e della prima dà una versione inaudita nel finale, esemplificazione estetica paradossale della passione che sarebbe piaciuta a diversi scrittori inglesi del post-romanticismo.
Convinto di razionalizzare il proprio amore, Giovanni, suggerisce ancora Fusini, anticipa l’effrazione illimitata di Sade. V’è un mondo sociale con le sue regole, la sua morale e dall’altra parte l’assolutezza del desiderio che infrange anche il tabù apicale che sostiene l’altro.
Il primo in realtà non vive senza l’apparato degli inganni, delle ipocrisie, delle manipolazioni: un meccano così avvilente – ben lo vide Luca Ronconi in una versione che ha fatto epoca -, in cui la corruzione impera, non solo nell’orizzonte politico del dominio evidentemente; il secondo (la passione dei due) non risulta più biasimevole.
Scrittore stilisticamente eccelso, Ford consente alla retorica di Giovanni di aprire uno spazio dialettico talmente pericoloso da indiziare le ragioni per cui di li a pochi anni il teatro inglese, un’arte di sublime tradizione, sarebbe stato chiuso.
Il puritanesimo incombe con la sua cupezza, mentre qui Dio è fuori – a suo modo, il nostro Giovanni appare uno stoico, come il Commendatore mozartiano: a pentirsi non ci pensa proprio. La sola sovranità che conosce è la propria.
Chissà se Bataille conosceva John Ford.
Michele Lupo
John Ford
Peccato fosse puttana
A cura e traduzione di Nadia Fusini
SE
Collana Assonanze
2023, 216 pagine
23,50 €