L’invenzione di Morel nel 1969 era già un classico, come la collaborazione con Borges, nei racconti a quattro mani sospesi fra il poliziesco e il fantastico, una divertita ma controllatissima parodia sempre sullo sfondo, a partire dall’invenzione di un terzo protagonista che ne sintetizzava il genio avocando a sé la paternità delle opere (Bustos Domecq).
Parliamo naturalmente di Adolfo Bioy Casares, che nell’anno citato tira fuori un libro dal titolo singolare, Diario della guerra al maiale, un romanzo straniante, in cui la più elementare, corriva quotidianità diventa per certi versi irriconoscibile. Il contesto è molto argentino (sebbene altrettanto familiare a noi italiani almeno fino a un paio di generazioni fa): gruppi di amici al caffè, discussioni interminabili, l’indolenza del tempo trascorso senza uno scopo preciso.

Del resto anche Borges sapeva partire da situazioni minime in cui si fagocitavano e reinventavano memorie più o meno fantasiose. Nello spaziotempo di questo libro invece la chiacchiera fine a sé stessa, il vivere alla giornata degli anziani o di chi vi si sta avvicinando, a qualcuno dà fastidio.
Tant’è che la routine di questi uomini – fra chi aspira a un ultimo colpo di giovinezza prima di soccombere, chi si rassegna al tran tran ridotto quasi a mera biologia di un tempo prossimo alla fine – viene all’improvviso aggredita da squadracce di giovani che fanno irrompere fra alcuni quartieri, piazzette e cortili condominiali di Buones Aires una violenza brutale, omicida, apparentemente ingiustificata ma capace di produrre morti e terrore diffuso.
Isidro Vidal, il protagonista, aduso fino al giorno del primo omicidio a giocare a carte con gli amici, a tentare un approccio non del tutto convinto con la giovane Nélida, a ripetere come tutti i rituali di una quotidianità in cui la chiacchiera ha un ruolo centrale, come una pratica che tiene lontana la fine, la esorcizza, è costretto a rendersi conto che proprio quella ritualità anonima e innocua costituisce agli occhi dei giovani teppisti il problema.
I vecchietti, seppur non del tutto tali, “i maiali” appunto, prima di essere uccisi vengono insultati, picchiati – non sappiamo bene se dietro gli ottusi e feroci ribaldi si accampi un potere superiore (sono gli anni della dittatura di Juan Carlos Onganía, una delle tante in Argentina).
Bioy Casares è allusivo, non spiega, non “denuncia”, e per fortuna: descrive una bizzarra realtà che sembra non andare da nessuna parte se non ripetersi nelle fole di una vecchiaia buffa che non ha altre ambizioni se non quella di sostenere il gioco della vita per il poco tempo rimanente.
Il cicaleccio dei piccoli quartieri dove qualcuno è davvero vecchio, rassegnato, altri a rischio del ridicolo provano a differire l’attraversamento della soglia fatidica, magari hanno anche difficoltà a pagare l’affitto, si arrabattano e si lamentano; si sfottono fra loro. Piccole gioie o affanni quotidiani punteggiano un tessuto sociale la cui apparente inconcludenza tuttavia collide con un assetto sociale che si vuole efficiente, vigoroso, marziale.
Senza invenzioni narrative spettacolari o rumorose basta uno scarto minimo perché questa genìa di afflitti venga terrorizzata per il semplice fatto di essere quella che è, e definita tuttavia con quella parola – maiali – che crea lo spazio mentale possibile per la più assurda delle persecuzioni.
La guerra a bassa intensità che spesso le società militarizzate (e vale anche nel caso di intere comunità, o paesi addirittura, trasformate in iper-aziende) conducono contro l’individuo inservibile ai loro scopi, nel romanzo di Bioy Casares produce un bizzarro, poetico slittamento: sembrerebbe restare a bassa intensità, non ci sono proclami, grida, stati d‘assedio ma fra un caffè e l’altro, una dialogo e una battuta, da qualche parte si sgozzano maiali.
Michele Lupo
Adolfo Bioy Casares
Diario della guerra al maiale
Traduzione di Francesca Lazzarato
Sur
Collana Collezione Sur
2026, 228 pagine
18 €