Terza e ultima parte del reportage di Marco Grassano su un suo viaggio in Spagna negli anni Ottanta, dopo le tappe a Valencia e Malaga, e Granada e Cordova.
SIVIGLIA
Arriviamo tra gli ultimi bagliori rossi della sera, di una sera che in Spagna tarda a morire e prolunga la propria agonia fino alle ore alte, quando la notte cade repentina su di lei.
Ci sistemiamo in una piccola ed intima pensione a due passi dalla Cattedrale. Ceniamo frugalmente e tentiamo una piccola esplorazione notturna della città prima di tornare alle nostre stanze ed avere finalmente un po’ di riposo attraverso la lunga e calda notte di Siviglia, una notte che rimarrà in noi come un esempio prezioso e forse irripetibile di felicità.

Ci alziamo non troppo tardi, per fare colazione e visitare la Cattedrale. Ci troviamo di fronte a qualcosa di veramente imponente, una impresa in cui la Chiesa di allora (evidentemente ancor più povera di quella odierna) aveva profuso quantità enormi di ricchezze, assoldando i migliori architetti, pittori, scultori, per creare un’opera immortale che mostrasse nel tempo la potenza della Fede.
Basta guardare l’enorme “retablo” (decorazione di altare con rappresentazione di episodi della Storia Sacra) di circa 220 metri quadrati, lavorato in legni preziosi ed oro zecchino da più di 24 maestri durante oltre ottanta anni, e si comprende cosa può essere l’insieme della Cattedrale.
Ma quanto sangue, di mussulmani prima e di indios poi, sono costati i metalli preziosi e le ricchezze che costituiscono questa meraviglia? “Tu non dovrai uccidere”, e i primi a violare il quinto comandamento sono stati proprio coloro che volevano imporre a tutti la religione di cui esso è uno dei principi fondamentali.
Saliamo sulla Giralda, la torre campanaria di costruzione araba che, assieme al “Cortile degli Aranci” (più piccolo del suo omonimo di Cordova, ma ugualmente bello) è ciò che rimane della Moschea che sorgeva al posto della Cattedrale.
La prima cosa che colpisce è l’assenza di scale, sostituite da rampe che ascendono dolcemente, con qualche finestra di quando in quando per riposarsi osservando il paesaggio. Il panorama che si contempla dalla cima è stupendo: Siviglia è una delle città più belle del mondo, con i suoi vari antichi quartieri, il pigro corso del fiume Guadalquivir che la bagna dopo aver sfiorato Cordova, gli stupendi giardini e il palazzo dell’Alcázar, i parchi della Feria de Muestras [1] e di Maria Luisa.
Percorriamo poi le sale e i corridoi dell’Alcázar – altra stupenda opra architettonica con decorazioni che ricordano e a volte uguagliano quelle della Alhambra – e i suoi giardini, un vero paradiso terrestre di acque, piante, fiori ed uccelli dal canto melodioso.

Rastrelliamo alcune caratteristiche vie alla ricerca di un posto dove mangiare, ed alla fine ci sistemiamo comodamente di fronte a un grande piatto di “paella” [2], ma la comparsa di un povero sventurato, Sebastián [3] – la cui storia di invalido con un figlio disoccupato e che si vedrà pignorata la casa ci viene da lui stesso lasciata su un foglietto -, ci restituisce l’immagine dell’altra faccia della medaglia, di quella “puta vida”, come dicono gli spagnoli, che dà tutto ad alcuni e ad altri nulla.
Visitiamo poi il parco di Maria Luisa e gli edifici di Plaza de España – nulla di straordinario – ed infine partiamo per Malaga, dove arriviamo dopo molte soste nei bar di mezza Andalusia, un po’ tristi per la stanchezza e per il tempo che passa troppo in fretta.
IL RIENTRO IN ITALIA
Gli ultimi giorni sono stati intensi: la chiusura del corso, la festa di addio, gli scambi di indirizzi… tutto con un senso di ineluttabilità quasi tragico. C’è stato lo stupendo concerto del cantautore Luis Eduardo Aute, cui abbiamo assistito col grasso e simpaticissimo professor Antonio – l’ultima cosa che abbiamo fatto tutti assieme – e di cui mi resta qualche disco con questa canzone che mi riecheggia nella memoria: “Se ti dicessi, amore mio, che ho paura dello spuntare del giorno, non so che stelle sono queste che feriscono come minacce… sento che dopo la notte verrà la notte più lunga, voglio che non mi abbandoni, amore mio, all’alba…”.
Ci sono stati gli addii a tanti che sono partiti nel corso delle ultime ore, tante persone care che forse non rivedrò mai più. E c’è ora quest’ultimo addio, il più doloroso, il più lacerante. Gli abbracci sono una muta protesta contro la vita, la “puta vida” che ci separa, e i singhiozzi ci impediscono di dirci le parole che vorremmo. La locomotiva fischia e il treno parte lentamente. Poco dopo ci perdiamo di vista, mentre le lacrime mi rendono indistinti anche gli oggetti che mi circondano.
Mi siedo, asciugandomi gli occhi, nello scompartimento illuminato dal sole declinante e prendo in mano un libro. È La tregua di Mario Benedetti, e come per caso il mio sguardo cade sulle parole finali: “È evidente che Dio mi ha concesso una tregua. Al principio resistetti a credere che ciò potesse essere la felicità. Resistetti con tutte le mie forze, poi mi diedi per vinto e lo credetti. Ma non era la felicità, era solo una tregua. Ora sono di nuovo infilato nel mio destino. Ed è più oscuro che mai, molto di più”.
Sì, anche per me la tregua è finita. Ma non è stata inutile: mi sono rimasti tanti istanti meravigliosi da ricordare e di cui aver nostalgia… almeno fino alle prossime vacanze.
Terza parte. Fine
Marco Grassano
NOTE:
- Fiera campionaria.
- Morbida, perché cucinata – alla maniera meridionale – in un tegame di terracotta, e insaporita da frutti di mare, rosmarino e zafferano.
- Sebastián Company Carreño. Il primo cognome non è inglese bensì catalano. Il catalano “ny”, come il castigliano “ñ”, corrisponde al suono del nostro “gn”, in “gnomo”. La parola significa dunque “compagno”.