Nel ricco programma del Milano Film Fest – ma come evento speciale e dunque fuori concorso – ieri sera (domenica 7 giugno) al Piccolo Teatro Strehler è stato proiettato il documentario Concerti d’Oriente diretto da Moreno Pirovano.
Dopo i saluti dell’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Tommaso Sacchi, del direttore generale del Piccolo, Lanfranco Li Cauli, e dello stesso regista, la parola è passata a Marco Ferullo, responsabile comunicazione della Filarmonica che ha dialogato con il Maestro Myung-Whun Chung. Il direttore giusto stasera sarà sul podio per dirigere la Carmen di Bizet. Ho avuto la fortuna di assistere alla prova generale di lunedì mattina e posso anticipare che sarà un grande successo.

Calorosi applausi anche ieri per la chiacchierata prima della proiezione e per il documentario che, in anteprima, è stato proiettato non nella sua versione completa – distribuita dalla RAI – ma in forma di “assaggio”.
Sollecitato dalle domande di Ferullo, il Maestro Chung, direttore emerito della Filarmonica – al momento il direttore principale è Riccardo Chailly – e dal 2027 direttore musicale della Scala al posto appunto di Chailly, ha rievocato la creazione della Filarmonica, nata da un’intuizione di Claudio Abbado. Ha raccontato di quando arrivò a Roma, quarantaquattro anni fa, prendendo una decisione estremamente importante per la sua vita, quella di scegliere l’Italia per la bontà della nostra cucina, garanzia di amore per la vita.
Nato in Corea del Sud nel 1953, si è trasferito da bambino negli Stati Uniti, dove a otto anni lavorava nel ristorante della famiglia. A scuola si dedicò a tutti gli sport americani immaginabili, finché a quattordici anni decise di provare a fare della musica la sua professione (anche se ancora oggi sostiene che la musica non può essere considerata un lavoro, perché va vissuta come passione).
Il suo primo concerto alla Scala risale al 1989. Da Carlo Maria Giulini, di cui era diventato assistente nel 1978, ha appreso la lezione di non mettere mai l’arte davanti ai rapporti umani. E proprio per creare un’atmosfera familiare tra i componenti dell’orchestra, e non soltanto per far conoscere in Asia il valore dei musicisti scaligeri, è nata la tournée in Asia del 2025 raccontata dal documentario. Il regista ha raccontato che il film praticamente si è scritto da solo durante il viaggio.

Di città in città, da sala da concerto a sala da concerto, si succedono le testimonianze di alcuni musicisti come Emanuele Giovanni Urso al corno, il violinista Dino Sossai (con il quale non ho condiviso il giro in Oriente, ma un più modesto e breve rientro in metropolitana dopo una rappresentazione dell’opera Pelléas et Mélisande di Claude Debussy) e la collega Leila Negro che avrebbe voluto suonare il piano, ma a scuola i posti erano già stati assegnati e così le toccò il violino: sorridendo racconta di condividere con i genitori la passione per la saga di Guerre stellari.
Il Maestro Chung si impegna a imparare bene l’italiano: sta già prendendo lezioni. Il suo obiettivo, ha detto, è diventare un vero meneghino. Ma soprattutto cercherà di essere – parole sue – «un bravo schiavo dei musicisti». Lui che alla nipotina di tre anni una volta ha spiegato la differenza tra like e love, vuole trasmettere la voglia di suonare col cuore.
Senza dimenticare che alla gioia perfetta, secondo lui, si arriva solo attraverso la sofferenza. L’ha spiegato ricordando un momento della prima scena dell’opera San Francesco d’Assisi di Olivier Messiaen.
Ecco: il documentario Concerti d’Oriente è un «film pieno di gioia perfetta», ha scherzato il Maestro, sorridendo per essersi lasciato alle spalle la lavorazione delle riprese.
Saul Stucchi
Milano Film Fest
Dal 4 al 9 giugno 2026
Programma e informazioni: