Forse perché la giornata si è aperta con un inconveniente che mi ha procurato delusione e irritazione e perché, causa lavori in corso sulla linea ferroviaria, il viaggio in treno da Milano a Roma è durato sei tormentanti ore di immobilità e astinenza dal fumo (che tale privazione possa produrre, insieme agli altri, anche lievi effetti allucinatori?) invece delle tre ore consuete, appena metto piede sulla banchina della Stazione Termini mi affiora con cupa violenza nella memoria, tra tutti i meravigliosi e cristallini racconti che compongono I Sillabari di Goffredo Parise, riletti fino a consumare le pagine, il più nero, perturbante e malaugurante, coerentemente di ambientazione capitolina e intitolato proprio Roma.
Il protagonista, che percepisce se stesso come straniero pur senza esserlo, raggiunge la città anche lui in treno al crepuscolo di un giorno invernale e subito ne avverte il peso opprimente e mortale accumulato dai molti secoli di storia. La trova sporca, semideserta e immersa in una persistente luce viola che non cederà all’oscurità della sera e della notte nemmeno con il trascorrere delle ore. Le poche presenze in cui si imbatte sono immigrati africani, soldati e poliziotti.
Depositato il bagaglio a casa, raccogliendo l’invito di quella luce singolare che avvolge le cose si avvia per una lunga camminata, che lo conduce sino alla Passeggiata Archeologica. I rari incontri casuali con altri esseri umani avvengono sotto il segno del grottesco o di una velata minaccia e lui procede in una sorta di quasi sereno, venato di libertà, ottundimento, che si manifesta innanzitutto in un’improvvisa sordità, fino a che, in un anfratto delle antiche mura, un etiope, che forse è lo stesso che aveva incontrato poco prima, senza motivo apparente lo uccide a coltellate.
La nuvola nera nella mia mente comincia però a diradarsi appena esco dalla stazione e mi affaccio su Piazza dei Cinquecento, perché il pomeriggio di inizio luglio è qui ventilato e ha l’odore e lo scintillio della vacanza, e si volatilizza completamente quando mi rendo conto che l’albergo in cui mi è stata prenotata una camera è situato a un centinaio di metri da Palazzo Barberini.
Sono venuto nella capitale in trasferta lavorativa, per presenziare alla serata finale, con relativa premiazione, del più importante premio letterario italiano ma una volta preso possesso della stanza, almeno un’ora di pausa me la posso concedere, giusto per rivedere i Caravaggio e, colpo di fortuna compensatorio, il Vermeer proveniente dal Rijksmuseum di Amsterdam, visitato ormai più di trent’anni fa, in esposizione in prestito proprio da oggi.

Caravaggio: Giuditta e Oloferne, Narciso, San Francesco in meditazione e un San Giovanni Battista poco più che adolescente; Vermeer: Donna in blu che legge una lettera. Mi limito a nominarli, senza aggiungere maldestre parole che risulterebbero più che sproporzionate rispetto alla grandezza di questi capolavori. So che quando ridiscendo lo scalone del palazzo mi porto dentro un senso profondo di gratificazione.
Ho ancora un po’ di tempo a disposizione e così mi accomodo in uno dei tavolini all’aperto, affacciati sul bel giardino interno, della caffetteria realizzata dentro le serre ottocentesche. In un momento di benessere quasi felice, consumo un aperitivo che deve sostituire la cena e fumo una dopo l’altra tre sigarette dividendomi tra la contemplazione del giardino e lo studio delle fotografie dei dipinti che ho scattato con il mio smartphone, finché il giovane e gentilissimo cameriere mi informa che sono quasi le diciannove e la caffetteria è in procinto di chiudere.
In albergo mi godo una lunga doccia quindi indosso, con fastidio, l’abito formale espressamente chiesto nell’invito dagli organizzatori del premio letterario più importante d’Italia. Piazza del Campidoglio è distante all’incirca un chilometro e mezzo ed è dunque fuor di dubbio raggiungerla a piedi. Resto quasi subito sconcertato dalla densità della folla nelle strette vie che conducono alla Fontana di Trevi e intorno alla stessa, densità che mi costringe in continuazione a fermarmi, scartare di lato, infilarmi nelle brecce che si aprono di tanto in tanto nella massa dei corpi e posso incominciare a distendere il passo e respirare un po’ d’aria aperta soltanto quando imbocco Via del Corso.
Avvicinandomi al luogo della cerimonia, mi torna ancora una volta chiaro in mente come in questa occasione il confine tra la partecipazione professionale e quella amicale sia più che sfumato, perché può accadere che una misteriosa generosità venga talora a posarsi sulle umane relazioni, inserendo anche nelle collaborazioni professionali una corrente reciproca di affetto e di stima, così che alla fine della serata, quando me ne tornerò lentamente in albergo, l’unica moneta davvero preziosa che riporterò nelle tasche sarà stata la gioia sincera di rivedersi, la festosità degli abbracci con coloro che hanno creato e tengono in piedi quello scrigno di tesori in equilibrio costantemente precario che è una casa editrice indipendente di pregio, quest’anno riuscita nell’impresa di intrufolare il libro di una propria autrice, peraltro assoluta outsider, fra i titoli sostenuti e strombazzati dai colossi dell’editoria.
Salita l’ampia scalinata, lo scenario che si offre a noi ospiti è di schietta bellezza. Un calda luce arancione illumina i palazzi e la piazza mentre la statua equeste risplende sotto un luce fredda, azzurro ghiaccio. Ai lati del palco, due grandi monitor ma al centro la tradizionale lavagna con i nomi dei finalisti e le caselle in cui andare a segnare man mano con il gessetto le quantità di voti che ciascun concorrente otterrà nelle cinque tornate di scrutinio. La memoria mi restituisce le immagini in bianco e nero di Pavese e di Elsa Morante immortalati accanto alla lastra nera che ne certifica la vittoria.
Per circa un’ora si gironzola in ordine sparso. Vengono offerti cocktail e gelati a base del liquore che dà il nome al premio ma declino l’offerta perché ogni goccio di alcol lo suderei istantaneamente. Molto gradito invece trovare su ogni sedia una cartelletta contenente il manifesto ufficiale, un’opera dell’artista e designer Marco Oggian, che dopo pochi giorni sarà appeso sopra una delle librerie del mio appartamento.
Quando mancano una decina di minuti alle 23.00, veniamo tutti insistentemente invitati a prendere posto. La ragione principale dell’appello non risiede nell’imminente inizio della cerimonia bensì in quello della diretta televisiva. Da qualche anno non possiedo più la televisione, che detesto, e anche prima non guardavo mai (l’amato calcio posso goderlo, grazie alle pay tv, sullo schermo del mio computer) ma di cui ho sufficiente memoria per prevedere, e non verrò smentito, che la trasmissione in diretta contribuirà in maniera determinante a banalizzare e mortificare l’evento.
Un breve brano pianistico eseguito dal vivo e si comincia. La serata viene condotta da un giornalista, attore e regista (Wikipedia docet, laddove io ero convinto, chissà perché, forse confondendolo con qualcun altro, che si trattasse di un comico) che mi pare più adatto a presentare un varietà leggero (si dice ancora così?) e dalla stessa pianista. I sei autori finalisti verranno intervistati a turno, ogni intervista preceduta da una breve clip, mostrata sui due grandi schermi, realizzata durante il serrato tour promozionale di circa un mese che precede la premiazione. Nel mentre si procede allo scrutinio dei voti e alla conclusione di ogni tornata di spoglio il segretario del comitato direttivo del premio provvederà ad aggiornare la lavagna.
Il primo a cui viene data la parola, nella logica del passaggio di consegne, è però il vincitore della scorsa edizione. Di lui non ho mai letto nulla, tranne la prefazione a un libro altrui, del quale ha scritto che contiene pagine vertiginose sanguinate dall’autore, il che per me equivale più o meno a trovarmi seduto davanti, durante una cena, un commensale che si scava tra i denti con le unghie per estrarre pezzetti di cibo rimasti incastrati e depositarli sul piatto. Poi tocca ai finalisti.
Il vincitore annunciato (e poi confermato) ci confessa la sua totale incapacità di ridere e sorridere, di cui darà dimostrazione anche ad alloro ricevuto. L’autrice perfetta per interpretare una pubblicità dell’antipatia si produce invece in una breve agiografia di due colleghe amiche, una scomparsa e l’altra vivente. Lo scrittore con orecchini sfiora l’orgasmo del compiacimento da anima bella parlando con toni da palco di manifestazione del genocidio a Gaza. Il più giovane offre una testimonianza riguardo al disagio psichiatrico, di cui soffre, molto più in sintonia con l’ordine del giorno di un convegno che con quello di un evento letterario.
Tutta la mia simpatia va alla più anziana della compagnia, che quanto meno rivela un’assoluta passione per la falegnameria, che padroneggia al punto da essersi costruita svariati mobili, armadi compresi. Al di là della simpatia, mi pare che affinità tra scrittura e falegnameria se ne possano rintracciare. La nostra autrice ne avrebbe di cose intelligenti e non banali da da dire, espresse senza affettazione in altre circostanze, ma la banalità delle domande non gliele consente. Ciliegina finale al rosolio kitsch: al termine di ogni intervista viene mostrata una foto degli autori da bambini.
Insomma: nell’evento conclusivo del più importante premio letterario italiano, di libri non si parla, se non marginalmente e la grande assente è proprio la letteratura, quella strana faccenda umana tanto perturbante quanto consolante, che forse inquieterebbe troppo il pubblico televisivo. L’evento conclusivo del premio che prende il nome da un liquore a sua volta dedicato alle leggende delle streghe beneventane si è risolto nel più scialbo dei sabba.
Per fortuna tutto quanto fila via piuttosto in fretta. A giochi fatti, altre chiacchiere amicali, più distese, foto ricordo e altro giro di abbracci. Anche il ritorno verso l’albergo lo compio a piedi, nonostante i dolori procurati dalle scarpe eleganti. Mi illudo, ormai in piena notte, di trovare Piazza di Trevi semideserta, ma vengo clamorosamente smentito. Dopo un po’ di tentativi, trovo però la posizione per una fotografia della fontana dalla quale venga esclusa la presenza dei turisti, in buona parte vestiti come se fossero pronti a entrare in campo per disputare una partita del trofeo interaziendale.
Giovanni Granatelli
Di Giovanni Granatelli a ottobre uscirà, per l’editore Bolis, la raccolta poetica Stelle in fuga.
Un Vermeer a Palazzo Barberini
Donna in blu che legge una lettera
a cura di Thomas Clement Salomon e Paola Nicita
Gallerie Nazionali di Arte Antica
Palazzo Barberini
Via delle Quattro Fontane 13
Roma
Dall’8 luglio all’11 ottobre 2026
Informazioni: