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Voi siete qui: Teatro & Cinema » Recensione di “Cappello a cilindro” di Mark Sandrich

4 Febbraio 2026

Recensione di “Cappello a cilindro” di Mark Sandrich

Dopo due film – diciamo così – impegnativi (Zombie contro zombie e Terminator, ndr.), una pausa rilassante: Cappello a cilindro di Mark Sandrich (1935).

Tempo fa ho recensito Cantando sotto la pioggia e mi ero ripromesso di tornare al musical, parlando di Fred Astaire e di Ginger Rogers. È arrivato il momento.

Solo una veloce premessa: quando vedo ballerini in azione, non solo i grandi e famosi, sono preso da fastidio e da invidia, perché credo di essere (stato) negato per questa disciplina. Comunque, bando alle ciance, raccontiamo di quello che – secondo alcuni – passa per essere il miglior film di questo genere di tutti i tempi.

La trama della pellicola è molto esile e risente del periodo in cui viene prodotta. Una commedia degli equivoci con momenti anche divertenti che ha la funzione di preparare la strada alle canzoni e alle coreografie.

Detto che il soggetto è tratto da un testo teatrale (The Girl Who Dared) di Sándor Faragó e di Aladár László, tutta la trama somiglia più a una favola moderna portata sullo schermo allo scopo di far sognare gli spettatori e allontanarli dai loro problemi.

Particolarissima è la ricostruzione in studio di una Venezia onirica e surreale, grazie allo scenografo Van Nest Polglase, così come le pirotecniche coreografie di Hermes Pan e di Fred Astaire. Le fondamenta su cui si eleva Cappello a cilindro sono, però, le canzoni di Irving Berlin.

“È un paradiso, / io sono in paradiso: / tutte le preoccupazioni che mi assillano / svaniscono come la fortuna del giocatore / quando balliamo insieme guancia a guancia” (Cheek to Cheek, brano musicale)

Fred Astaire e Ginger Rogers sono coadiuvati da ottimi comprimari, caratteristi in grado di rendere nel modo migliore l’atmosfera artificiosa della storia e di farla procedere in modo sciolto e con una certa ironia.

Aggiungo che, con mia sorpresa, i due protagonisti, oltre che ineguagliabili nel ballo, risultano anche ottimi attori e ottimi cantanti.

“Jerry: – C’è la mia infermiera che vuole abbracciarmi…- Dale: – Beh, allora chiamate il facchino dell’albergo, lui saprà stringervi più forte -“ (Fred Astaire e Ginger Rogers)

La parte più rilevante del film è data comunque dalle canzoni e dalle coreografie. Ho trovato su internet che questo è il primo musical in cui i numeri musicali sono parte integrante della trama e non esibizioni a parte, e questa cosa mi ha ricordato The Wall di cui parlai qualche anno fa.

“Molte volte mi metto a ballare e non so come questo avvenga” (Fred Astaire)

Cappello a cilindro è il terzo film della coppia Astaire-Rogers: esordiscono come danzatori in Flying down to Rio, in italiano Carioca, nel 1933; segue The gay divorcee, in italiano Cerco il mio amore, 1934. Dopo Top hat (Cappello a cilindro) sono ancora insieme in molte altre pellicole per tutti gli anni Trenta. Recitano di nuovo in coppia nel 1949, nel musical I Barkleys di Broadway.

Di solito, a questo punto, dedico spazio al regista. Per una volta, credo sia giusto modificare la mia scaletta e dire poche parole su Mark Sandrich, lasciando spazio a Fred e Ginger.

Dunque, Mark Sandrich (pseudonimo di Max Rex Goldstein) nasce nel 1900 e muore nel 1945. Per diversi anni si dedica ai cortometraggi e la sua prima regia è Runaway Girls del 1928. Dirige più di venti pellicole (più del doppio sono i cortometraggi) e muore a soli 44 anni, mentre sta girando Cieli azzurri. Seguono le sue orme i figli Mark Sandrich Jr. e Jay Sandrich.

Ed eccoci a Fred Astaire (nome d’arte di Frederick Austerlitz) nasce nel 1899 e muore nel 1987. Dotato di una notevole preparazione tecnica, nei suoi film mostra sempre una grande eleganza e un’innata carica di simpatia.

Dopo avere frequentato, insieme alla sorella Adele la scuola di danza Ned Weyburn’s ed essersi esibito con lei in diversi musical, inizia la sua carriera solista. Oltre che ballerino è anche cantante, pianista e compositore. A 34 anni esordisce nel cinema con La danza di Venere, seguito subito da Carioca e altre pellicole con Ginger Rogers.

Lascia la sua impronta anche nella parte tecnica: vuole che nelle scene danzate la macchina da presa sia distante, mostrando i ballerini a figura intera e i numeri musicali siano filmati in lunghe sequenze senza tagli né cambi di piano (“Plain-pied”).

Fred Astaire ottiene nel 1950 un premio Oscar onorario e, abbandonata la danza nel 1958, resta nel mondo del cinema e della televisione.

Ginger Rogers (1911-1995) è il nome d’arte di Virginia Katherine McMath. Ballerina e interprete di commedie musicali a Broadway, esordisce sullo schermo nel 1930. Il successo arriva con l’inizio del sodalizio con Fred Astaire. Negli anni Trenta rappresenta un modello di riferimento per le donne, grazie alla sua aria ingenua e ricca di humour. Come ho detto per Fred, dimostra buone capacità di attrice anche in pellicole non musicali.

“Il mio cuore batte, quasi non riesco a parlare: credo di aver trovato la felicità che cercavo quando balliamo insieme guancia a guancia” (ancora Cheek to Cheek di Irvin Berlin)

Note e curiosità

Cappello a cilindro costa alla RKO (la casa di produzione) 609 mila dollari e incassa al botteghino 3 milioni e 200 mila dollari.

In Italia ebbe un successo tardivo, a causa del personaggio del tenore italiano (Alberto Beddini): Benito Mussolini censurò la pellicola, ritenendo che Beddini fosse lesivo per gli italiani. In molte versioni nella nostra lingua, ancora oggi il personaggio si chiama Astolfo Bedinsky.

In aggiunta ai numeri di tip tap di cui è ricco il film, Fred e Ginger si esibiscono anche in uno dei primi esempi di Quickstep, che è un genere di ballo simile a un foxtrot veloce ma con una tecnica molto diversa.

Solita curiosità gossip: la sorella di Fred si ritira dalle scene nel 1932, perché va in sposa a Charles Cavendish, secondo figlio del duca di Devonshire.

E, per ultima, una curiosità di carattere storico. Durante la Rivoluzione Francese, il cappello a cilindro assunse un particolare significato: i rivoluzionari lo adottarono come emblema di libertà e uguaglianza. Il cilindro simboleggiava l’orgoglio della borghesia e la lotta per i diritti civili.

L S D

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