Ne hanno scritto in tanti prima di me. Qui mi limito a citare i due casi a me più cari che sono Tolgo la mia biblioteca dalle casse di Walter Benjamin (scritto nel 1931) e Prima del trasloco ovvero mettere i libri negli scatoloni, racconto di Giovanni Granatelli pubblicato qui su ALIBI lo scorso aprile, in occasione della Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore.
Dover spostare in massa i propri libri – anche di pochi metri e per un periodo auspicabilmente breve – provoca una serie di sensazioni per lo più poco piacevoli, oltre a grande disagio dal punto di vista logistico e a una quantità impressionante di polvere (forse da interpretare come memento che quello siamo e quello torneremo a essere).

È anche però un’ottima occasione per fare “nuove” scoperte – chi si ricordava di avere quel titolo! – e ritrovare cari amici che si temeva ormai dispersi e invece erano rimasti sempre di lì, in seconda fila oppure schiacciati da vicini più ingombranti o dalla costa più appariscente. Dopo decenni di accumulo compulsivo chi scrive (ma immagino anche chi legge) non ha ancora appreso la lezione: un libro non si giudica dalla copertina. Figurarsi dalla costa!
E così, tra uno starnuto e l’altro e con i tendini già doloranti, mi sono trovato a dover liberare un’intera parete di libri, pari a circa un terzo della mia intera biblioteca. A occhio e croce qualcosa come un migliaio di volumi. Avevo intenzione di ricorrere alla classica soluzione degli scatoloni, ma quando ho visto che la “confezione” da dieci superava i 30 euro, ho deciso di passare al piano B, consistente nel creare pile sul pavimento dello studio, dopo aver occupato tutti gli spazi rimasti nelle altre librerie con doppie o triple file di tascabili.

Sia chiaro: la maggior parte dei libri che possiedo non li ho letti (non per intero, comunque). È anche vero che ho letto numerosi libri di cui non possiedo una copia. Per varie ragioni, ma soprattutto per due: non mi sono piaciuti oppure ne ho la versione digitale. Purtroppo non ho mai tenuto un registro degli acquisti né delle letture. Soltanto quest’anno sto riuscendo nell’impresa. Forse qualche lettore ricorderà che il 2025 è per me l’anno degli obiettivi, dopo aver finalmente compreso l’inutilità di compilare una lista di buoni propositi.
Bene: il registro dei miei libri del 2025 dice che alla data di oggi ho aggiunto alla mia biblioteca 71 libri di carta (non conto quelli in PDF o gli eBook), tra acquisti, regali e copie inviatemi dagli uffici stampa delle case editrici. Nel corso dell’anno ho letto finora 21 libri, più o meno uno alle settimana. Il “passivo” sarebbe dunque di 50 libri, ma in realtà è più “pesante” perché soltanto una parte di quelli letti rientra nel novero dei nuovi ingressi.
Innumerevoli i ricordi richiamati dai libri, quasi uno (o anche più) per volume. Incontri, chiacchierate, occasioni, letture, autografi. Per esempio, l’altra sera, nell’aperitivo seguito all’incontro da “Lampi. Duetti culturali”, quando ho chiesto un autografo al poeta Antonio Prete questi mi ha detto: “Tanti i Davide, ma pochi i Saul”. E allora ho ripensato all’autografo che mi fece oltre trent’anni fa lo storico italo-israeliano David Asheri sul primo volume delle Storie di Erodoto da lui curato per la collana Lorenzo Valla, presentato all’Università Statale di Milano.
Magari un giorno scriverò un pezzo sugli autografi e le dediche che arricchiscono i libri della mia biblioteca. Sono affezionato a tutti, ma ad alcuni in modo particolare, ovviamente: perché lasciati da amici o da scrittori importanti e a me molto cari (come Predrag Matvejević e Abraham Yehoshua. Ebbi l’onore di intervistare entrambi: il primo di persona, il secondo per telefono, mentre scrivevo la tesi di laurea sul tema del suicidio in Flavio Giuseppe).

E mentre spostavo centinaia di libri dal soggiorno allo studio mi sono domandato: ma se dovessi scegliere un libro da portare sulla famosa isola deserta, cosa mi porterei? Non ho avuto dubbi. Me ne porterei due (stiamo o non stiamo parlando di cose assurde?!): I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij e Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann. Che poi, a ben vedere, sarebbe come portarsi una piccola biblioteca. Il primo romanzo, infatti, è composto da dodici libri, mentre il secondo è una vera e propria tetralogia.
Nei prossimi giorni dovrò decidere come ricollocare i libri sui ripiani: secondo il precedente schema (per il quale farà fede la foto che vedete qui sopra) o in base a un nuovo ordine?
Saul Stucchi