Un gruppo di bambine ebree salvate da un prete cattolico, una stanza segreta (visitabile nella chiesa della Madonna ai Monti, a Roma nel rione Monti), un prete ormai vecchio che vuole ricordare, infine una bambina di nome Aida e sua madre Rachele, questi i protagonisti de Il mantello di Rut di Paolo Rodari (Feltrinelli, 2025).
Il testo è redatto sotto forma di una lunga lettera di un prete, Remo, che racconta la storia alla bambina ebrea che ha salvato. Sono anni che ha procrastinato. Anni che non ha avuto la forza di ricordare il suo passato, di ricordare se stesso e chiedere perdono. No, Remo non ha fatto nulla contro gli ebrei, in tempi in cui gli Ebrei erano definiti in modo dispregiativo. E, se denunciati, potevano far cambiare la vita di una famiglia modesta (le 5000 mila lire erano un motivo più che valido, per denunciare un ebreo ai nazisti).

Quando i rastrellamenti si fanno più intensi, le bambine ebree, aiutate da Remo, vengono accompagnate dal Collegio dei Catecumeni, dove erano ospitate, fino a una stanza sotto la cupola della chiesa adiacente. Quella stanza del Collegio fino all’Unità d’Italia veniva utilizzata per convertire, con la forza, dall’ebraismo al cristianesimo.
Remo ha salvato delle bambine ebree, ma niente ha potuto per salvare Rachele, la madre di Aida. E, alla fine, ha dato alla piccola Aida la possibilità di ritrovare suoi lontani cugini, giunti a Roma dopo la fine della guerra.
Il romanzo parla anche di fede, vocazione, spiritualità e amore, ma s’interroga anche sulle condizioni di vita dei tanti parroci e delle tante suore e monache, che sono stati costretti a prendere i voti per motivi economici o familiari. E che, alla fine, hanno dedicato la loro vita a Dio.
Remo sente il bisogno di una vita normale e si chiede se la sua fede sia stata mai una certezza. Rodari racconta un personaggio forte, drammaticamente umano, prima di essere un uomo di chiesa. E un uomo giusto: capace di mettere a repentaglio se stesso e il proprio mondo, per delle persone ingiustamente colpevoli, solo perché appartengono a una fede diversa dal Cristianesimo.
Rodari non nasconde le responsabilità del Cristianesimo verso l’antisemitismo. Ricorda, nella bibliografia alla fine del romanzo, come recentemente nell’archivio del Pontificio Istituto Biblico di Roma siano emersi gli elenchi inediti dei 155 istituti religiosi, che nascosero gli ebrei durante le persecuzioni nazifasciste. Si parla di oltre 4.300 persone nascoste di cui circa 3.200 con certezza ebrei. Ma emerge anche il fatto che il papa Pio XII sapesse, perché informato da una sua conoscenza personale.
Come la Rut della Bibbia, a cui il titolo rimanda, anche Rachele è una donna rimasta vedova. Come Rut, Rachele è una donna forte. Una donna che sfida la vita e l’orrore. Nel romanzo si racconta di come a un certo punto abbia guardato negli occhi, in strada, Celeste, una donna ebrea che denunciava gli ebrei e si accompagnava con i nazisti. Temuta e rispettata, molti ebrei finivano per chiedere (pagando ovviamente) l’opportunità di salvare sé o i propri familiari. E da lei venivano puntualmente traditi.
La Rut della Bibbia ‒ esempio di umiltà e convivenza pacifica con la propria suocera ‒ arrivata in Israele trova un secondo marito, Booz, che accetta di stendere un lembo del suo mantello su di lei. Nello stesso modo nel romanzo Rachele affida a un uomo come Remo la sua vita e il bene più prezioso: la figlia Aida.
Questo libro parla degli ebrei a Roma e dell’antiebraismo cristiano. Che, stillato per secoli, ha contribuito al sorgere della Shoah. Se è vero, dunque, che diversi istituti religiosi hanno salvato gli ebrei durante l’occupazione tedesca di Roma, è anche vero che è proprio la Roma dei Papi a essere stata teatro di violenze e soprusi contro gli ebrei, su cui si deve ancora fare del tutto luce.
La Casa dei Catecumeni, presente in molte città italiane, era un luogo di oppressione. E non va dimenticato che, finita la guerra, alcuni di questi istituti ospitarono e nascosero criminali nazisti in fuga.
A Paolo Rodari, come a Lia Levi, il merito di aver raccontato una storia ebraica romana, purtroppo molto spesso poco presente nei manuali di scuola. Ma anche il merito di aver scritto un romanzo in prima persona che tiene e non stanca (cosa non molto scontata nel mondo letterario di oggi dove si usa troppo la prima persona, ma non si è in grado di gestirla). Di aver raccontato una storia forte che merita di essere letta.
Claudio Cherin
Paolo Rodari
Il mantello di Rut
Feltrinelli
Collana Fluo
2025, 144 pagine
16 €