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Voi siete qui: Biblioteca » Da Einaudi “Il fascismo delle cose” di Emanuela Scarpellini

16 Giugno 2026

Da Einaudi “Il fascismo delle cose” di Emanuela Scarpellini

Un’indagine sugli oggetti che, investiti in qualche modo di una funzione simbolica, incarnavano l’immaginario del potere fascista – questo è il libro di Emanuela Scarpellini Il fascismo delle cose. Oggetti e consumi del Ventennio, edito da Einaudi nella prestigiosa collana storica.

Evidente, e rivendicata, nonché più volte argomentata, l’appartenenza del saggio al cosiddetto filone del material turn, un approccio storiografico “che riserva particolare attenzione al ruolo e alla storia degli oggetti, al modo in cui si relazionano con gli uomini” etc.

Scarpellini compie una ricognizione che pur non potendo essere esaustiva, risulta assai ampia, sia per per la larghezza dei materiali investigati che per la profondità delle analisi. Nel caso specifico, la presenza massiccia di alcuni feticci della storia materiale fascista (il caffè, il tabacco e le sigarette, la banana, il cioccolato, spesso dunque frutti del colonialismo africano) oltre che di monumenti, medicine, monete, francobolli etc.

Si veda per esempio il motivo iniziale delle banane, in cui si registra un’attività storiografica memore della lezione foucoultiana di una microfisica del potere. Vari erano gli attori in campo per allestire un teatro propagandistico che seducesse la popolazione e la facesse sentire partecipe della grandezza dell’impero.

L’esotico a portata di mano di un regime che mentre violentava il Corno d’Africa ne esibiva i dolci frutti necessari alla salute degli italiani, avrebbe contribuito a rafforzare il consenso verso la scelta di invadere l’Etiopia.

L’impresa delle banane fu organizzata con scrupolo attraverso l’istituto del monopolio (il RAMB), la catena dei distributori, concessionari all’ingrosso e venditori al dettaglio che dovevano essere naturalmente iscritti al partito: gli artefici della propaganda avrebbero poi trovato vantaggio dalla forma classicamente riconoscibile del frutto.

Un’iconografia sparsa fra giornali e manifesti ne esaltava le proprietà curative e nutritive, cui davano man forte stuoli di ricercatori e medici: un processo di governamentalità (ancora Foucault) in cui l’opera di persuasione collettiva si realizzava attraverso una propaganda capillare in luogo di un’aperta imposizione. L’operazione tuttavia funzionò molto più nelle città che nelle campagne.

Stesso discorso per il caffè, che da noi trovò il modo di specializzarsi in una declinazione tutta indigena di indubbia fortuna, nelle cui possibilità di consumo permanevano però precise distinzioni di classe. I caffè – intesi come locali – erano riservati alla borghesia medio-alta, nei bar (importati dagli USA) invece poteva affacciarsi chiunque.

Vari i modi anche con cui il caffè si poteva preparare: anche qui la dimensione salutista – seppure stavolta non fosse questione di minerali e vitamine ma di energia svelta e prontezza di spirito – la faceva da padrona. Igiene oltreché salutismo spingavano la raccomandazione all’uso delle saponette, anche per rimarcare la distanza dai presunti cattivi odori delle popolazioni africane colonizzate.

La contraddizione più interessante fu nell’incapacità di far fronte alle richieste a seguito delle sanzioni internazionali (ecco allora la pletora di surrogati sulle tavole degli italiani). Naturalmente, di quanto si buttasse in corpo interessava che lo stesso ne uscisse trionfante – o che almeno, i più vi credessero.

La questione parte da lontano, dai morti e dai corpi mutilati della Grande Guerra e dalla tragedia finale dell’epidemia della spagnola. Eventi vissuti come uno shock mai esperito prima favorirono la volontà del ribaltamento successivo (coincidente con l’ascesa del Fascismo): i corpi degli italiani dovevano guarire prima e diventare forti poi, eroici, immagine e carne del nuovo regime.

Scarpellini è attenta a tenere il discorso sull’ostentazione del corpo virile del vero fascista all’interno della serie senza abbordare prosopepee metafisiche – rischio sempre in agguato nel discorso biopolitico. Ma è altrettanto ovvio – qua l’enfasi ce la prendiamo in carico noi – che i corpi, rigorosamente muniti di distintivi (un’altra delle fissazioni del regime, specie per chi aspirava a ruoli apicali), addestrati a questa nuova epopea della forza pretendono di diventare il corpo della grande, futura potenza imperiale.

Una retorica che, avrebbe detto Flaiano, attecchiva facilmente presso gli italiani, cui il Fascismo, “regime padronale e xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti” si confaceva benissimo: “perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità”.

Scarpellini molto insiste sullo iato che spesso si apriva fra le suggestioni e le promesse della propaganda e le concrete possibilità di consumo, non solo a causa delle difficoltà di approvvigionamento ma anche delle complicazioni dovute a interessi differenti nella filiera di appropriazione, distribuzione e vendita finale. E, soprattutto, per le differenti possibilità di ognuno: il cioccolato, lo notiamo a mo’ di esempio, restò un prodotto di lusso.

Volendo, le crepe del regime si sarebbero potute vedere per tempo. I suoi sudditi invece preferirono finirvi dentro.

Michele Lupo

Emanuela Scarpellini
Il fascismo delle cose
Oggetti e consumi nel Ventennio

Einaudi
Collana Einaudi Storia
2026, 400 pagine
29 €

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