Quella di ieri, sabato 11 giugno, è stata una giornata particolarmente intensa. Immagino per molta gente, considerato soprattutto che la metropoli lombarda viveva nell’ansia della finale di Champions League, ma nelle righe che seguono mi concentrerò sulla mia, in particolare sulla sua ultima parte. Iniziata infatti di mattina con l’incontro con lo scrittore Alberto Manguel alla Biblioteca Valvassori Peroni di Milano Lambrate e proseguita nel pomeriggio con la presentazione del libro Sarà assente l’autore (da Sellerio) alla Libreria Il Gabbiano di Vimercate, alla presenza dell’autore – scusate il bisticcio, peraltro voluto – Giampaolo Simi, la giornata si è chiusa con la partecipazione a Eleusi (peraltro inframmezzata e, in qualche modo, alleggerita da tapas spagnole come tortilla, croquetas de bacalao e pata negra).
Come scrivevo nell’anticipazione di qualche giorno fa, Davide Enia lo considera un rito collettivo piuttosto che uno spettacolo. Ebbene, Eleusi ha preso avvio ieri sera alle 21.00 contemporaneamente nelle due sedi del Piccolo Teatro Grassi e del Piccolo Teatro Studio Melato. Si protrarrà per ventiquattro ore fino alle 21.00 di stasera. Al Grassi viene rappresentata una scena di venti minuti con ingresso contingentato del pubblico, mentre allo Studio si può entrare quando si vuole. Qui si esibiscono una trentina di gruppi corali – per un totale di circa cinquecento coristi – mentre la voce narrante di Silvia Giambrone recita un testo che è un pugno allo stomaco.

La maratona teatrale così suddivisa – per spazio scenico e forma della rappresentazione – è però tenuta insieme dal tema del sacro, nell’accezione di vox media che aveva in latino: dunque sacro quanto esecrabile. Questa dicotomia appare particolarmente evidente nella rappresentazione allo Studio, dove i cori di musica sacra contrastano in maniera netta con le parole lette da Giambrone che raccontano di stupri, assassinii e sopraffazione.
Ma perché questo male dell’uomo sull’uomo? Da dove nasce e perché sembra inestirpabile? Enia non si avventura in speculazioni alla Ivan Karamazov: lascia allo spettatore – partecipante del rito – la libertà di riflettere, ascoltare, anche divagare con la mente per cercare affinità con altre esperienze, non solo teatrali.

Sdraiato sulle assi dello Studio – anche solo per avermi regalato questa opportunità devo ringraziare Enia – io pensavo al tema della memoria. Il riferimento alla preghiera incisa sulle pareti della caserma prigione – “A te mi affido, Regina degli oppressi… portami con te fuori dal tempo” – mi ha riportato alla mente la recente visita allo Steri di Palermo, ovvero Palazzo Chiaramonte, per secoli carcere dell’Inquisizione (sugli strazianti messaggi lasciati sui muri dai reclusi rimando a Morte dell’Inquisitore di Leonardo Sciascia e a Urla senza suono di Giuseppe Pitrè e dello stesso Sciascia).
Ma pensavo anche al War Requiem di Benjamin Britten e alla pagina di Guerra e pace di Tolstoj in cui Andrej, sdraiato per terra, guarda il cielo. Io, invece, osservavo le travi, la complessa struttura del soffitto, i vari marchingegni teatrali e pensavo che pochi passi dietro di me una botola copriva la piscina in cui si tuffava Ofelia nell’Hamlet di Latella.
Forse il male è inestirpabile dalla nostra natura. Ma per fortuna lo è anche la capacità di rifletterci sopra per non arrendersi. A ben vedere, però, non è questione di fortuna, quanto di volontà: e anche di questo dobbiamo rendere grazie a Davide Enia e al suo rito collettivo intitolato Eleusi.
Saul Stucchi