Consentitemi, per una volta, di iniziare con una veloce segnalazione. Venerdì 19 febbraio alle ore 18.00, sulla pagina Facebook di Adelphi Edizioni (e su quella di PDE), Benjamín Labatut presenterà il suo nuovo libro “Quando abbiamo smesso di capire il mondo”, pubblicato da Adelphi nella collana Fabula con la traduzione di Lisa Topi. Lo farà dialogando con Claudia Durastanti che recentemente ha tradotto “La fattoria degli animali” di Orwell per Garzanti.
“Quando abbiamo smesso di capire il mondo” è un libro misterioso già dal titolo, che nell’originale spagnolo, edito da Anagrama, è “Un verdor terrible”, ovvero “Una vegetazione terribile”. Starà al lettore scoprirne il significato. Il titolo italiano, al pari di quello inglese “When We Cease to Understand the World”, rende constatazione la domanda che un enigmatico personaggio pone al professor Heisenberg in un losco bar di Copenaghen. Siamo ormai in dirittura finale e la domanda non troverà risposta. Ma non anticipiamo.

Un altro piccolo mistero riguarda la copertina. Il libro infatti si apre con il racconto della creazione del colore Blu di Prussia, mentre la bella copertina ha per immagine un’opera di Yves Klein nel “suo” blu (e qui le virgolette sono davvero superflue: quel blu è proprio suo!).
“Diesbach battezzò il nuovo colore «blu di Prussia» per stabilire una connessione intima e duratura tra la sua scoperta accidentale e l’impero che sicuramente avrebbe superato in gloria quelli antichi: non era un uomo sufficientemente capace, o con doti profetiche tali, da poterne prevedere la rovina”. Oltre due secoli dopo, Ennio Flaiano avrebbe scritto: “Nel Blu di Prussia vedi la dissoluzione morale e intellettuale, non soltanto la dissoluzione organica, la quale è sufficientemente bene espressa, per esempio, dal verde e dal giallo” (“Autobiografia del Blu di Prussia”, a cura di Anna Longoni per la Piccola Biblioteca Adelphi).
Un rosario di morti
Poco sono riuscito a trovare in Rete su Benjamín Labatut. Nato a Rotterdam nel 1980, vive attualmente in Cile, dopo aver trascorso l’infanzia tra Olanda, Argentina e Perù. Questo è il suo terzo libro e ve lo consiglio caldamente, sia che siate appassionati di fisica e chimica, sia che – come me – abbiate passato le ore di scienze a fare battute sugli isotopi. Si legge come un romanzo giallo, con la stessa ansia di sapere cosa succederà nella pagina successiva.
E non mancano i morti, anzi, abbondano. La morte tragica è forse il filo conduttore che tiene collegate le parti di cui si compone il libro: dai 3800 casi di suicidio registrati a Berlino nell’aprile del 1945 su cui si apre, fino ai cani avvelenati su cui si chiude. Ma qua e là ci sono anche erezioni e masturbazioni, a conferma che Eros e Thanatos sono fratelli (e, d’altra parte, “fare matematica è come fare l’amore”…).
Nelle 160 pagine in mezzo scorre il Secolo Breve, apoteosi della scienza e apocalisse nucleare.
“Il processo Haber-Bosch fu la scoperta chimica più importante del XX secolo: raddoppiando la quantità di azoto disponibile, generò l’esplosione demografica che, in meno di cent’anni, permise alla popolazione umana di crescere da 1,6 a sette miliardi di persone”. Non era più necessario dissotterrare le ossa dei morti delle grandi battaglie napoleoniche ora che era possibile “fare il pane dall’aria”.
Peccato che la nuvola di gas verdognolo, dall’odore di ananas e candeggina, che raggiunse le truppe francesi e algerine a Ypres fosse la prima riga di una delle pagine più orrende della storia umana, quella della guerra chimica. Era il 22 aprile 1915. Sarebbe finito male Fritz Haber, così come tragicamente si era conclusa la vita della moglie.
Album di figure geniali
Del suicidio di “Adi” Hitler sappiamo tutti, ma di quello di Alan Turing (impersonato magnificamente da “Sherlock” Cumberbatch in “The Imitation Game”)? Il mio professore di biologia non ci hai mai parlato dei semi della mela… E cosa sappiamo delle morti del monaco nero Rasputin e di Napoleone, trapassato giusto 200 anni fa nella sperduta isola di Sant’Elena? Ei fu, certo, ma per colpa del “verde di Scheele“?
Di pagina in pagina, una più intensa dell’altra, si sgrana il rosario di morte del Novecento, campo di battaglia di ideologie e laboratorio di scienziati geniali quanto folli. Difficile dire quale sia il personaggio più sconvolgente tra quelli ritratti da Labatut.
Karl Schwarzschild o Alexander Grothendieck? Werner Karl Heisenberg con le sue “matrici” o Erwin Schrödinger con le sue “onde”? O forse Louis-Victor Pierre Raymond “settimo duca de Broglie”, Petit Prince che “prestò servizio come telegrafista sulla Tour Eiffel” durante la guerra? A loro confronto Albert Einstein sembra uno scienziato “normale”. Leggendo le pagine del racconto “Il regno dell’incertezza” non potevo che ripensare alla schermaglia tra il Bohr interpretato da Umberto Orsini e l’Heisenberg di Massimo Popolizio, nello spettacolo teatrale “Copenaghen” di Michael Frayn.
“Quando abbiamo smesso di capire il mondo” è un album di figure eccezionali, studiosi eccentrici e disadattati, spiriti liberi e visionari inattuali in lotta contro il proprio tempo e tra di loro. Più che presi dalla ricerca, ne sono stati letteralmente ossessionati e consumati, e tanto peggio per quanti gli stavano intorno.
Ciascuno di loro sembra tendersi come un elastico, tra slanci, scatti e scarti, intuizioni e visioni impossibili da comunicare. Sacrificano l’amore, il sonno e i rapporti sociali di una vita “normale”. Chiedono tutto alla Scienza e la Scienza glielo fa pagare carissimo. Ma il suo potere distruttivo, purtroppo, ricade sull’umanità intera. “Non sarebbero stati i politici a mettere fine al pianeta” disse Grothendieck, “ma gli scienziati come loro, che «camminavano come sonnambuli verso l’Apocalisse»”.
I disastri della guerra
I danni causati dalla “Grande Berta” (al Museo Grand Curtius di Liegi ho visto il bossolo di proiettile di un mortaio tedesco calibro 420 mm, “Kurze Marine Kanone”, soprannominato appunto la “Grande Berta”) erano niente in confronto alle stragi provocate dalla chimica. Le scene del primo conflitto mondiale ricordano le incisioni dei “Disastres de la guerra” di Goya.
Né le conseguenze immediate furono migliori. Il racconto dello smembramento di un cavallo per le strade di Vienna è un’immagine di impressionante forza icastica della miseria che si stava mangiando l’ex capitale dell’Impero. Una scena che ricorda celebri pagine di Dostoevskij e l’altrettanto famoso episodio di Nietzsche a Torino.
Labatut dimostra un talento sorprendente – e invidiabile – nell’inanellare una storia nell’altra, nel congiungere tra loro le vicende. Belle le “pezze” colorate singolarmente prese, ma migliore il “patchwork” che l’autore ne realizza.
Alla fine del libro, anche il lettore meno ferrato in scienze smetterà di far giocare il gatto di Schrödinger con gli isotopi e inizierà a pensare a quando abbiamo smesso di capire il mondo.
E se è vero che “il fisico – come il poeta – non deve descrivere i fatti del mondo, ma creare metafore e connessioni mentali”, allora il recensore può – forse – accontentarsi di segnalare spunti e collegamenti, invitando il lettore ad ammirare di persona la bellezza conturbante dell’opera originale.
Saul Stucchi
Benjamín Labatut
Quando abbiamo smesso di capire il mondo
Adelphi
Collana Fabula
Traduzione di Lisa Topi
2021, 180 pagine
18 €