Il reportage di Marco Grassano sull’isola di Creta fa tappa a Chania (La Canea): dalle rovine di Kidonia all’arsenale veneziano.
Sul marciapiede della stretta abitazione in cui i lavori edili procedono neghittosi, un gatto semisdraiato – simile al nostro Mascherone, ma con in più una macchia nera sul mento, a mo’ di pizzetto – beve da una delle ciotole di coccio. A giudicare dall’indolenza, potrebbe appartenere al gruppo di artigiani.
Le rovine di Kidonia
Ci fermiamo a osservare le vestigia minoiche riportate alla luce. La nostra guida tascabile ci riferisce trattarsi dell’antica Kidonia, che si suppone ricoprisse l’intera area dell’attuale centro storico, per cui risulta abbastanza complicato proseguire negli scavi. Come illustrano alcune tabelle informative, vi sono state rinvenute tavolette d’argilla recanti iscrizioni in Lineare B, statue, vasi e altri manufatti, esposti nel locale Museo Archeologico.

L’area, nel suo aspetto polveroso e silente, non differisce granché dai siti analoghi visitati a Braga e a Malta. Anche qui, intere esistenze sono transitate e svanite nel nulla, assieme alle loro gioie, ai loro dolori, alla loro piccola monotonia.
Svoltiamo nel vicolo. Dietro le rovine, un’area inerbita su cui svettano due eucalipti. Un passaggio pedonale e, più in là, una traversa collegano al vicolo parallelo. Case in condizioni disomogenee. Un ridotto rudere, non certo di interesse storico, rigoglioso di piante e fiori. Al suo interno, inaccessibile, due gattini – uno rossiccio e uno, femmina, a tre colori intrecciati, bianco, rosso e nero – poppano dalla mamma fulva. Fuori dalle pareti, il probabile padre, a chiazze bianche e nere, col muso mascherato.
La nostra pensione
Due sponde di edifici a più piani convergono sul cancello chiuso. La porta alla quale dobbiamo rivolgerci è l’ultima a sinistra. La segnala un cartello indicatore che ci fa sorridere, perché non comprendiamo bene cosa significhi: 47 Rooms to let. Il vestibolo appare restaurato di recente, con pareti impeccabilmente a calce, pavimento in ceramica, infissi di legno smaltato in tinta noce.

Ci accoglie un giovanotto moro, abbastanza alto, dicendo, in rozzo inglese, che adesso arriva la titolare. La signora scende poco dopo, e si presenta come Sofia. Potrebbe avere la mia età, piuttosto florida, lunghi capelli lisci, ossigenati, sorriso luminoso e cordiale. Prende i documenti, ne trascrive in fretta gli estremi e ci accompagna al primo piano, su per una curva scala di legno dalla ringhiera bianca e tornita, che mi richiama i miei alloggi nella Baixa di Lisbona.
La pavimentazione, di sopra, è in legno a vista, trattato con l’impregnante. L’anticamera, il bagno e la stanza – semplici e con un che di piacevolmente vetusto, anche negli impianti – mi immergono ancor più in una suggestiva, nostalgica atmosfera da Pensão Alvarez di Rua Jardim do Regedor. Il letto matrimoniale ha una testiera in ferro battuto, incorniciata da assicelle di ciliegio. Ci sono anche, sul fianco, due lettini sovrapposti, e, in alto, la TV.
Le finestre, ampie, cortinate, si affacciano sul parcheggio, permettendo di contemplare, oltre lo spiazzo, la marina dalle venature turchesi. Sofia ci porge un biglietto pubblicitario della caffetteria Muses, nella piazza che dà sul porto, dove, come ospiti dell’alberghetto, possiamo beneficiare, per la colazione, di uno sconto del 15%.
Ora di pranzo
Andiamo invece a cercare qualcosa per il pranzo. Torniamo sulla Kanevarou e prendiamo verso est, da dove siamo arrivati. La piccola, bianca pensione Casa Castelli ci richiama il quasi omonimo agriturismo in una frazione di Garbagna, Casa Castellini. Altri ruderi non archeologici. Giriamo a sinistra e poi nella prima a destra. Un enorme capannone antico dalle pareti in pietroni tondeggianti, parzialmente sgretolate, lebbrose.
Ennesimi tavoli disposti in uno slargo, sotto l’insegna – evidente gioco di parole – BarRaki. Una seconda insegna effigia, poco oltre, una pariglia di teste equine, come nella poesia di Kavafis “I cavalli di Achille” (τα δυό τα ζώα τα ευγενή – “le due nobili bestie”, espressione da noi riferita, per scherzo abituale, alle nostre gatte). Una casa a brandelli. Sul muro di un edificio ristrutturato con colori provenzali, il bel suggerimento You should first understand silence before you try to understand words. Subito dopo, una viuzza, piena di locali, punta al porto, vicinissimo.
Ci sediamo a un tavolino tondo, di ferro, del Καφφενείον Τα δύο Λουξ. Sul ripiano, un vaso di tabacco ornamentale, dai fiori rosa, in un piccolo secchio zincato, avente la foggia di quelli che si usavano per la mungitura. Le sedie, impagliate, portano inciso sullo schienale il nome del caffè. Di fronte a noi, un solido uscio turchino e, affissa alla parete, l’insegna.
Si avvicina, per prendere l’ordinazione, un uomo snello, in maglietta nera, brizzolato, somigliante – pure nei modi disinvolti e simpatici – un po’ al cantautore Gian Maria Testa, un po’ al comico Giovanni Storti e un po’ al conduttore-regista Pierfrancesco Diliberto “Pif”. Chiediamo un sandwich (tradotto, sulla lista delle vivande, σάντουιτς), una brioche salata, dei frullati di fragola e dell’acqua minerale.
Persone vengono e vanno con allegra flemma vacanziera, rivolgendo, in greco, frasi spiritose all’uomo: che scopriamo, così, chiamarsi Ghiannis (Γιάννης). Il corpulento cane di uno dei clienti autoctoni si alza e prende ad aggirarsi curioso fra i tavoli; poi va a bere nella ciotola accanto all’ingresso.
Il panino, croccante, incrostato di semi tostati e imbottito con ortaggi freschi e formaggio, è molto gustoso. Lo stesso posso dire del frappé.
Vado dentro a sciacquarmi le mani (i servizi sono subito a sinistra del bancone color antracite, sormontato da una massiccia asse polita, lustra) e a pagare, issandomi su uno degli sgabelli smaltati a flatting. Mi accudisce la titolare: castana, sui sessant’anni, aria di rilassata serenità. Un ritaglio di rivista, in cornice, esibisce foto a colori e titolo dedicati a lei, Μαρία Τσώνου, che aprì (άνοιξαν) il locale nel (το) 1985. Di più non riesco a capire.
Sulla darsena
Sfilando in mezzo a due schiere di sedie, di tavoli e di tende parasole protese verso il centro strada, raggiungiamo la sponda della darsena. La banchina è un pavé di sampietrini rettangolari dagli spigoli smussati, incerti. Ristoranti e barche a profusione. Osservato da qui, con le sagome ogivali delle sue numerose campate, il vasto, corroso magazzino di sasso si rivela essere la Νεώρια (Dockyards), ossia l’arsenale dove, durante i mesi invernali, venivano riparate – in entrambi i sensi del verbo – le galee della flotta veneziana.
Accanto al suo angolo sinistro spicca, tutta in azzurro e bianco, la taverna Η Βασιλικώ. Ci fa sorridere la derivazione da Basileus, parola che richiama, per assonanza, il cognome di un compagno di Ester, sovente citato nelle nostre conversazioni. Ci soffermiamo a sfogliare il menù di pesce e lo troviamo piuttosto interessante. Verremo a sperimentarlo…

Al lato opposto della costruzione, scantoniamo. Tozzi contrafforti rincalzano la lunga muraglia, che termina, dopo un paio di alberelli (tamerice e platano), con una nicchia vuota. Rifacendo al contrario il cammino di prima, torniamo in camera per lavarci i denti. La scala di legno la saliremo e scenderemo parecchie volte, in questi giorni, essendo la pensione situata in un punto centrale rispetto alle nostre passeggiate urbane.

Usciamo subito dopo. La luce continua ad abbacinare. L’aria è calda ma asciutta e ventilata. Disseminati nel tratto finale di vicolo, un tavolo tondo con attorno alcune sedie, uno stendino carico di panni, un paio di elettrodomestici fuori uso, i contenitori per l’immondizia, un motorino messo di sbieco.
Botteghe d’artigianato
Decidiamo di imboccare la prima traversa sulla destra, pavimentata in lastrici più grandi rispetto ai sampietrini cubici di questo selciato. Spicca qualche palazzotto vetusto, dall’austero portamento veneziano. Case appena restaurate fiancheggiano ruderi. Sfociamo di fronte a un edificio bianco, con infissi color lavanda, nuovi. Da qui divalliamo a confluire nella Kanevarou e quindi, dopo un ultimo tratto orlato da tavolini ed esercizi anche commerciali, nella piazza, piena di dehors acquattati sotto tende e ombrelloni.
Prendiamo verso sinistra, superiamo la bassa fontana baricentrica, di fine marmo albino, e ci infiliamo nel primo dei contorti vicoli pedonali che costituiscono il nucleo originario. Edifici di pietra squadrata, compatti, saldamente commessi, costruiti per proteggere da minacce esterne di ogni tipo, belliche o meteorologiche che fossero. Anche qui le botteghe e i negozietti di artigianato vario sono fittissimi, ma altrettanto dense appaiono le proposte gastronomiche.

Diffusi, nelle insegne di taverne e alberghi, i riferimenti al Veneto e a Venezia, o espressioni e cognomi dalla forte sonorità italiana (Porto Antico; Hotel Belmondo). In alcuni punti, lo spazio per transitare è davvero ridotto. Si notano in giro – sdraiati o acciambellati o intenti a pulirsi – diversi gatti: bianchi con grandi chiazze nere, compresa quella che ricopre loro il capo come una cuffietta di pelo. Saranno tutti imparentati fra loro…
I turisti si aggirano abbastanza numerosi, ma senza creare ressa. Dai rari crocicchi con altri vicoli si scorgono, guardando verso destra, la banchina del porto e la superficie setosa dell’acqua. Un resto di palazzo dalla solennità dogale, privo di tetto, accoglie, fra le sue pareti rosa slavato, un ristorante in cui la sera eseguono musica dal vivo.
Diciannovesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Le rovine di Kidonia
- La pensione vista dal parcheggio
- La Taverna Basilikò
- Il lato destro dell’Arsenale Veneziano
- La fontana nella piazza