In un precedente articolo abbiamo iniziato a parlare del nuovo libro di Gian Piero Piretto, “Quando c’era l’URSS. 70 anni di storia culturale sovietica”, uscito significativamente il 7 novembre (anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, ça va sans dire) per i tipi di Raffaello Cortina Editore. Là ci siamo soffermati sui primi cinque capitoli, qui invece tratteremo dei successivi cinque che costituiscono il cuore dell’opera.
Eccone il sommario:
- 6: 1934/35-1936 Euforia e terrore
- 7: 1936-1941 Venti di guerra
- 8: 1941-1945 Per la patria, per Stalin!
- 9: 1946-1953 Una mano di vernice sulla realtà
- 10: 1954-1958 Giovani alla riscossa
Vivere a Stalinland
Il viaggio in questo grande libro (splendidamente illustrato da immagini che riproducono copertine di riviste, fotografie d’epoca, opere d’arte e pubblicità…) riprende da Stalinland, la terra dove tutti erano (dovevano essere) felici. Le parole del “caro padre” Stalin avevano più potere delle stesse leggi. Come il Dio della Genesi, il leader sovietico creava la realtà parlando.
“Il sistema dell’opera d’arte totale, che implicava il coinvolgimento di ogni medium e di ogni aspetto dell’arte per produrre il capolavoro massimo in qualsivoglia circostanza, avrebbe provveduto a far circolare e funzionare quel preciso concetto traducendolo in svariati codici comunicativi: canzoni, film, statue, immagini ecc.”.
Il distacco tra realtà e racconto (storytelling diremmo oggi) diventava via via più ampio. A emblema di questa voragine Piretto prende come esempio il progetto del Palazzo dei Soviet, rimasto sulla carta ma non per questo meno “reale” degli edifici in pietra e cemento. La sua mole s’impose in film, pubblicità, copertine di riviste… Murzilka propose ai suoi piccoli lettori un modellino da ritagliare e incollare.
In quel torno d’anni nasceva una nuova estetica sovietica. Piretto ne segue l’evoluzione, attento ai cambiamenti, alle eventuali persistenze e alle (poche) voci fuori dal coro, come quella di Mandel’štam che dedicò un sonetto anti-celebrativo all'”osseta dalle spalle larghe”.
Il Kitsch totalitario
A pagina 224 il lettore trova una lunga citazione di Kornej Čukovskij che è una precisa (auto)analisi psicologica dell’innamoramento per il leader. Tra l’esilarante e il delirante. Ma in ogni caso pericolosissimo.
Se fa sorridere la storia dell’aedo kazako inventato a tavolino, getta nell’angoscia la rievocazione della genesi e dello sviluppo di Stalinland, sorella sovietica dell’americana Disneyland.
Ci sono intense pagine dedicate alla metropolitana di Mosca e alla sua valenza come “progetto per una reale città comunista del futuro” e alle fiere, luoghi di rappresentazione dell’ideologia più che delle merci.
Quando parla della “carnevalizzazione staliniana” e descrive le caratteristiche del Kitsch totalitario, Piretto certamente racconta l’URSS, ma insieme fornisce gli strumenti per decodificare la realtà che ci circonda, sia detto per inciso.
Ed ecco soffiare i venti di guerra: il terrore raggiunge la sua massima punta che paradossalmente (ma neppure tanto) coincide con il trionfo delle commedie musicali. Mentre intellettuali, poeti e artisti finivano vittime delle purghe (tremenda, tra le altre, la sorte dell’attrice Zinaida Rajch e di suo marito, il regista Vsevolod Mejerchol’d: lei accecata e uccisa a pugnalate in casa, lui torturato e fucilato), venivano recuperati e canonizzati i grandi del passato, su tutti Puškin.
E se da una parte Šostakovič subiva pesanti stroncature, dall’altra la massaia sovietica veniva invitata a scoprire le delizie del ketchup d’oltreoceano di cui peraltro, nel giro di poco tempo, sarebbe stata reclamata l’origine russa!
L’assedio di Leningrado
L’ottavo non è soltanto il capitolo centrale di “Quando c’era l’URSS”: ne è il cuore. Non è un caso che sia dedicato in gran parte al drammatico assedio nazista di Leningrado. La città, anzi l’intero paese a cominciare dalla dirigenza, furono colti impreparati dall’invasione tedesca.
La guerra cambiò tutto, dalle regole della radio alla retorica staliniana. Mutò persino il modo di vestire di Stalin. Come è possibile datare un ritratto di papa Giulio II in base alla sua barba, così è possibile datare un ritratto di Stalin in base al vestito da lui indossato.
“Stalin fu obbligato a fare un passo indietro verso la tradizione, verso il filisteo con il suo giro di interessi (compresa la religione, da qui i nuovi rapporti che nacquero con la Chiesa ortodossa). Senza tutto questo non si sarebbe arrivati alla vittoria” ha scritto lo scrittore e storico Kirill Kobrin.
Leningrado pagò un prezzo altissimo per la sua particolarità. Prima a Hitler che voleva a tutti costi conquistarla per il valore simbolico (la città di Lenin…) ancor più che per quello strategico e poi a Stalin che non le perdonava l’alterità rispetto a Mosca.
Durante i novecento giorni dell’assedio i Leningradesi patirono freddo e fame, razionamenti e bombardamenti, ma non smisero mai di vivere. Per le strade poteva capitare d’imbattersi in un cittadino che trainava una bara sul ghiaccio, ma appena il tempo lo permetteva, le donne lavavano i vetri alle finestre…
Impagabile fu il ruolo della radio. E alla radio era dedicato lo spettacolo “Ascolta! Parla Leningrado… Leningrado suona” andato in scena al Teatro Litta di Milano nel gennaio del 2010, realizzato con la consulenza storica di Piretto. Fu in quella occasione che io conobbi il professore…
Dopo la capitolazione tedesca nei teatri della città martoriata rispuntarono subito i cartelli con l’obbligo di depositare i cappotti nel guardaroba, segnale che era tornato il riscaldamento e con esso l’etichetta.
La destalinizzazione
La vittoria sul nazismo, costosissima in termini di vite e di risorse, ebbe conseguenze profonde. La Russia sovietica si chiuse in sé stessa. Alle paranoie di Stalin – sempre meno uomo e sempre più immagine sacra – corrispondevano la “laccatura” della realtà, la lotta al cosmopolitismo e la spinta neo-nazionalista, anche in campo culturale (la Russia divenne la patria di tutte le invenzioni…).
Fu uno choc maggiore la morte di Stalin (durante i funerali ci furono 500 morti causati dalla calca dell’immensa folla venuta a rendergli l’estremo omaggio) o la denuncia dei suoi crimini da parte del successore Chruščëv? Impossibile dirlo. Di certo il disgelo chruščëviano non risanò le ferite di un paese che quasi senza soluzione di continuità aveva conosciuto il Blitz della Rivoluzione, quello della nuova economia pianificata, poi dei gulag e delle purghe, della seconda guerra mondiale…
Morto Stalin, nacque l’opinione pubblica. I pasdaran del Komsomol avevano un bel daffare contro i giovani stiljagi, attenti al look e disinteressati della politica, Umanisti e Scienziati si contendevano il primato culturale, mentre la musica straniera (americana, soprattutto) circolava nei modi più assurdi, comprese incisioni domestiche sulle lastre dei raggi X!
E poi venne il VI Festival Mondiale della Gioventù. “Il 28 luglio 1957 a Mosca ebbero inizio le due settimane più intense, inaspettate, innovative che la storia culturale dell’Unione Sovietica avesse mai conosciuto”. Quella ventata di aria frizzante la ritrovate leggendo il capitolo 10 di “Quando c’era l’URSS” di Gian Piero Piretto.
Saul Stucchi
Didascalie:
– Un manifesto di propaganda realizzato da Konstantin Zotov nel 1934
– Corsa motociclistica delle mogli degli ingegneri, 1937, URSS
– Manifesto: “Andiamo al Festival mondiale della gioventù e degli studenti”
- Gian Piero Piretto
Quando c’era l’URSS
70 anni di storia culturale sovietica
Raffaello Cortina Editore
2018, 632 pagine, 39 €