“È ormai chiaro che la Rivoluzione non possa più sperare di diventare governo da nessuna parte” – così scriveva, non senza soddisfazione, nel 1849 Fëdor Tjutčev – poeta russo, che però faceva di tutto per non sembrarlo.
Nonostante l’ammirazione di tutti i grandi o giù di lì, Dostoevskij e Tolstoj, Turgenev e Puškin – i suoi sforzi di riconoscimento sociale, il suo impegno più alacre e la quota di prestigio che doveva soddisfarne l’ego erano concentrati nell’agone politico-diplomatico. Lo scritto era destinato all’imperatore Nicola I, e come altri opuscoli e piccoli trattati l’autore li fece passare in maniera anonima fra le redazioni giornalistiche e le corti europee, ambienti che Tjutčev frequentava non senza piacere.
Perché tanto l’uomo si faceva interprete di una radicale differenza fra le due Europe, quella frequentata per un ventennio e la propria, l’Orientale, ossia la Russia, quanto mostrò senza ombra di dubbio di vivere bene nel detestato Occidente.

Un breve periodo lo trascorse a Torino e non gli piacque, perché ritenne il moralismo imperante nel regno sabaudo poco confacente a un marcato libertinismo nei fatti, specie quanto a edonismo erotico, non disgiunto, va detto, da improvvise passioni che laceravano la famiglia e si alternavano ad accoppiamenti giudiziosi quali quelli garantiti dalla stabilità economica di donne non solo belle ma anche ricche. Insomma, dell’Europa diceva malissimo ma non ne disdegnava i piaceri e le comodità (le trovò soprattutto a Monaco di Baviera).
Contraddizioni biografiche a parte, nei testi (clandestini e scritti in francese) contenuti nel volumetto della Piccola Biblioteca Adelphi, La Russia e l’Occidente, arricchito da uno scritto introduttivo di Marco Filoni (una breve biografia) e un saggio finale di Massimo Cacciari, troviamo uno dei capitoli meno noti ma decisivi della dura dialettica storica fra due mondi che in questi stessi giorni rischia di declinarsi in operazioni assai inquietanti.
Agli occhi del poeta-diplomatico il fuoco che accese l’intera Europa e aveva rischiato di incendiare anche la Russia più che sacro era sulfureo: in quelle manifestazioni demoniache albergava uno spirito distruttivo che la Russia avrebbe dovuto combattere. Il razionalismo, partorito dalla stagione dei Lumi, volto nello scontro epocale della Rivoluzione Francese e i moti successivi alla Restaurazione, di cui la Russia era un cardine imprescindibile, il ’48 insomma portava con sé tutti i mali del mondo – era la manifestazione di una decadenza. Non immaginava Tjutčev che proprio della sue parti si sarebbe, molti decenni dopo, andati ben oltre le rivendicazioni liberali e borghesi.
Tjutčev vi contrapponeva la famigerata “anima russa” di cui più volte abbiamo scritto, un’anima collettiva i cui valori non considerava negoziabili, la sola che mantenesse in seno le radici della cultura cristiana (ricordiamo anche la parabola di Dostoevskij nella lettura che ne fa René Girard). Precisamente, il Cristianesimo in queste riflessioni ormai si accampa solo nella Chiesa Ortodossa, che Tjutčev avrebbe voluto al centro di un impero panslavo.
Da questa parte, in Occidente, avevamo dismesso la fede e abbracciato un credo individualista: non vedeva Tjutčev elementi di solidarismo, di lotte comuni nei moti e nei tentativi rivoluzionari europei ma piuttosto “l’apoteosi dell’io”.
Interpreta in questo modo persino la Riforma Protestante, per lui non una rivolta alla corruzione e alle storture teologiche della Chiesa di Roma ma “la definitiva emancipazione della ragione umana”. Evidente, dato l’ammonimento a sforzarsi di comprendere – sebbene da quelle parti valga il principio che gli occidentali non possano davvero comprendere l’anima russa – che la difficoltà di comunicare e intendere fosse (ed è, probabilmente) reciproca.
“L’odio per l’autorità” che si manifesta in Occidente è quanto di più pericoloso possa esservi agli occhi di uno slavofilo come Tjutčev, pure, non uno dei più radicali – non era un ortodosso praticante – a suo modo sensibile a certe istanze liberali, favorevole ai tentativi in patria di garantire la libertà di espressione.
A ogni modo, per Tjutčev quello’odio in tutta Europa si manifesta come “forza disgregante”, non solo in Francia, ma in Germania, persino in Italia per la quale la sola salvezza sarebbe in un ritorno dell’Impero.
Ma l’impero, aggiunge il Nostro, “in Occidente è stata un’usurpazione” – resta sempre e solo la Russia. “L’Impero è uno: la Chiesa ortodossa ne è l’anima, la razza slava ne è il corpo. Se la Russia non si incarnasse nell’Impero, abortirebbe”.
Ora, Gian Piero Piretto ha mostrato mirabilmente come Putin abbia stravolto alcuni concetti-chiave della tradizione russa – tuttavia, mi pare non avesse torto il teologo Georgij Florovskij quando definì le previsioni di Tjutčev – non semplici opinioni, ma intuizioni quasi profetiche sulla Storia.
Michele Lupo
Fëdor Tjutčev
La Russia e l’Occidente
A cura di Marco Filoni
Con un saggio di Massimo Cacciari
Adelphi
Collana Piccola Biblioteca Adelphi
2026, 230 pagine
14 €