È tutta colpa di Snoopy, almeno per quello che mi riguarda. Se questo pomeriggio ero seduto nel “foyer” del teatro MIL di Sesto San Giovanni a chiacchierare con Alessandro Quattro e Alessandro Mor, infatti, lo devo in ultima analisi al celebre bracchetto di Charles Schulz. Rivedo ancora la striscia: Charlie Brown gli consegna una lettera dell’allevamento di Daisy Hill con la richiesta di tornare per tenere un discorso agli altri cuccioli. “Te la senti di fare un discorso?” gli chiede e Snoopy, in piedi sulla cuccia, declama: “Amici, Romani, compatrioti!”. Ai tempi, si parla dell’era quaternaria (almeno venticinque anni fa…), internet non poteva venire in soccorso ai giovani studenti, così avevo incontrato non poche difficoltà a rintracciare la fonte della citazione (che fosse una citazione l’avevo capito dalle virgolette). Da allora tanta acqua è corsa sotto i ponti e il Giulio Cesare di Shakespeare è diventato per me un punto di riferimento. Ricordo, per esempio, di aver declamato l’incipit dell’orazione di Antonio nella valle di Petra, mentre Paola Ronco (ora scrittrice, ai tempi “pierre”…) stroncava le mie velleità attoriali dicendo che distavo anni luce da Gassman. Non potevo darle torto.
Cinque anni dopo quell’episodio giordano mi ritrovo in compagnia dei due Alessandri che da stasera fino a domenica metteranno in scena lo spettacolo Bruto, come recita la locandina: “liberamente ispirato al Giulio Cesare di Shakespeare”. Contrariamente a quello che vedete nella foto qui sotto, stavo io seduto sul divano rosso, mentre loro due sedevano di fronte a me su una sedia e uno sgabello. Abbiamo convenuto, sorridendo, che la situazione ricordava molto il set della trasmissione di Serena Dandini “Parla con me”.

Ma perché Bruto e il Giulio Cesare, ho domandato loro (cercando di non accavallare le gambe come la Dandini). È stata l’integrità del personaggio di Bruto a destare il loro interesse. Pur avendo molti dubbi, decide di superarli e di mettere la propria faccia nel complotto che porterà al tirannicidio. Hanno voluto indagarne le contraddizioni, senza eluderne l’idealismo forse esagerato che lo rende incapace di comprendere appieno il momento storico in cui vive (intanto un tecnico fa rotolare un tavolino, nel silenzio del teatro ancora vuoto; in un angolo della mente i due Alessandri staranno pensando con preoccupazione alla mancanza della corrente, che va e viene da qualche ora…). A differenza di altri loro spettacoli, realizzati su commissione, il Bruto è una loro scelta autonoma, una risposta artistica – ma anche politica, nel senso più nobile del termine – alla situazione attuale del nostro Paese, dove “attuale” si allarga in realtà a irretire un periodo molto (fin troppo, diciamolo pure) lungo.
Mor interviene per sottolineare l’importanza dello sforzo umano di Bruto, il suo prendersi carico di una responsabilità che non sarebbe toccata direttamente e personalmente a lui. Non ha la stoffa del congiurato, eppure accetta di assumersi questo compito. Abbattuto Cesare, la sua comunicazione, che mira alla ragione, dimostra un’evidente debolezza rispetto a quella di Antonio, diretta alla “pancia” del popolo romano. Le difficoltà, i limiti, i grandi slanci. Ecco: Bruto è stato per loro un “contenitore” di idee e contraddizioni.

Quattro si accende una sigaretta. Non c’è nessuno a fargli notare il divieto e io mi guardo bene dal redarguirlo: oggi è il suo compleanno! “Se ci fosse un politico come Bruto, io lo voterei”, dice. La sua analisi, secondo cui ormai siamo condizionati dalla comunicazione, è del tutto condivisile. Eppure loro due non hanno voluto fare di Bruto un eroe. Pur trascurando volutamente i lati negativi della sua personalità (alcuni dei quali, in realtà, legati alla sua epoca: alludo per esempio allo sfruttamento degli schiavi), i due autori hanno impostato il personaggio sottolineando con vigore l’aspetto umano, come a dire che Bruto siamo noi, o meglio: Bruto potremmo essere noi, se solo ci togliessimo dagli occhi il velo che ci copre la vista. Lo spettacolo è dunque una sorta di specchio, posizionato di fronte al pubblico perché gli spettatori si domandino cosa vogliono realmente dalla politica: un uomo forte che li guidi o un consigliere che ne solleciti il ruolo attivo? E lo specchio pare funzionare, tanto che molti spettatori si sono meravigliati nel sentire che quasi tutte le parole del monologo sono state scritte da Shakespeare poco meno di cinquecento anni fa. Questo dimostra, fa notare Mor, che la degenerazione del potere messa in luce dal Bardo è archetipica, propria dell’uomo tout court, non del suo discendente contemporaneo.

Prima di lasciarli ai preparativi per lo spettacolo di questa sera, faccio in tempo a chiedere qualche anticipazione sui progetti ai quali stanno lavorando. Il 16 giugno debutterà a Brescia “La fine del Titanic”, tratto da una raccolta di poesie di Hans Magnus Enzensberger. A ben guardare, questo lavoro condivide con il Bruto la comune radice della condizione esistenziale dell’uomo occidentale, impegnato a galleggiare inventandosi improbabili apocalissi invece di preoccuparsi che sta affogando. Giulio Cesare gridrebbe:
“Help me, Cassius, or I sink” (Atto I, scena II).
Saul Stucchi
Da venerdì 3 a domenica 5 giugno 2011
BRUTO
liberamente ispirato a Giulio Cesare di W. Shakespeare
di e con Alessandro Quattro e Alessandro Mor
luci di Stefano Mozzanti
suoni di Carlo Dall’Asta
in coproduzione con Residenza Idra – Teatro Inverso
in collaborazione con Teatroi
Tieffe Spazio MIL
Via Granelli 1
Sesto San Giovanni (Milano )
Orari spettacolo: ore 20.30, domenica ore 17.00
Prenotazioni e informazioni:
Tel. 02.36592544 – info@tieffeteatro.it – www.tieffeteatro.it
Orari biglietteria, situata in via Ciro Menotti, 11 – Milano: dal lunedì al venerdì dalle 15 alle 19 – sabato dalle 16 alle 19
Biglietto: 10 €