“Un momento di guerra” di Laurie Lee (tradotto da Fabrizio Ascari per la collana Fabula di Adelphi) è dedicato agli sconfitti. A quelli cioè che hanno perso la guerra civile spagnola, i caduti della parte repubblicana, Spagnoli, ma non solo.
Che quel conflitto sia una ferita ancora non completamente rimarginata, lo si capisce leggendo giornali e libri, guardando film, viaggiando per il paese iberico. Qualche mese fa ho seguito l’intero corso del fiume Ebro da fonte a foce, imbattendomi spesso, soprattutto nell’ultimo tratto, in luoghi in cui la guerra civil ha lasciato il segno. Rimando per esempio al racconto della visita del Museo della Battaglia dell’Ebro, momento decisivo per le sorti della guerra, ma anche alla recensione del romanzo “Il testamento dei fiumi” di Jesús Moncada.
“Un momento di guerra” (“A Moment of War”) è uscito nel 1991, quando l’autore aveva 77 anni (sarebbe morto nel ‘97), a chiudere un trittico composto nei due primi pannelli da “Cider with Rosie” (1959) e “As I Walked Out One Midsummer Morning” (1969), quest’ultimo pubblicato nel 2005 da Ippocampo con il titolo di “Un bel mattino d’estate”.
C’è dunque uno iato di oltre mezzo secolo tra l’epoca rievocata e la data della pubblicazione. Eppure il racconto sembra appena trascritto. Il ricordo è fresco, la partecipazione ancora intensa. Lo scrittore ormai anziano torna giovane combattente, ingenuo sprovveduto all’inizio, poi deluso e infine sorpreso di essere uscito vivo dall’inferno spagnolo.
Appena arrivatovi, ci mette poco a comprendere di essersi sbagliato: quella che ha davanti agli occhi è una situazione ben diversa da quella che si era prefigurato.
In quell’esercito speciale mi ero immaginato uno stretto cameratismo, dei compagni coraggiosi uniti da una finalità comune, non quella frammentazione di gruppi nazionali che non si parlavano fra loro. Sembravano davvero condividere soltanto una diffidenza e un’ostilità reciproche.
Le sue rapide annotazioni sembrano didascalie alle incisioni dei “Disastri della guerra” di Goya (a pagina 74 è lo stesso autore a definire “fuochi goyeschi” i roghi attorno ai quali si scaldavano). A mo’ di esempio citiamo questa:
“Dopo solo pochi giorni in Spagna, maturi per la Libertà e per la Causa, ci ritrovavamo accoccolati nella cantina di una taverna a tiranneggiare un vecchio matto e a ubriacarci”.
Bastano poche righe a Lee per raccontare una storia, come quella del piccolo trombettiere o il pranzo a casa di Doña Anselma:
“Mangiate!” ordinò aspramente Doña Anselma, e noi spezzammo il pane grigio con solennità sotto i suoi occhi che mettevano paura. Sei giovani stranieri alla loro tavola, per i quali avevano cucinato tre vecchi polli insostituibili. Eravamo ospiti, visitatori, ma anche il nemico occupante.
Non era (tanto o solo) l’élite europea quella che si raccoglieva per combattere Franco. Era piuttosto la “scrematura della metà degli anni Trenta”, composta da ex galeotti, alcolizzati, disoccupati e studenti sognatori. Dilettanti allo sbaraglio.
E la Spagna che Lee attraversò portava i segni del conflitto: il paesaggio partecipava della guerra. Desolato, devastato, appestato, ne mostrava le cicatrici, provocate anche dai bombardamenti aerei, anteprima di un tipo di guerra che sarebbe poi diventato tristemente normale. Tra i disastri della guerra c’erano anche i macabri “regali” piovuti dal cielo. In pochi mesi Madrid cambiò radicalmente aspetto. Deperì, si svuotò e si rivestì di un silenzio di morte.
Quella era una Spagna distesa su un tavolo da obitorio, un cadavere congelato, un paese morto dove, nonostante il nostro iniziale entusiasmo, sembravamo essere giunti troppo tardi non come difensori ma come spazzini di mezzanotte.
È l’assurdità della guerra l’aspetto che emerge più chiaramente dalle pagine di Lee, il lato paradossale di situazioni provocate dal conflitto. E in questo garbuglio che più di una volta rischia di essere mortale, il protagonista – autore incrocia il percorso di altre figure di passaggio, come il ragazzino che lo scalda, Eulalia, la vecchia, il direttore del Daily Worker Bill Rust, con compagni che cambiano di volta in volta, tra traditori e tradimenti, atti di iconoclastia e gesti idioti, come quello di sdraiarsi sull’altare di una chiesa.
Abbiamo parlato qui su ALIBI di “Brutti incontri al chiaro di luna” di William Stanley Moss, sempre edito da Adelphi. Ecco: “Un momento di guerra” di Laurie Lee è l’altro lato della medaglia. Se nel memoir dedicato al rapimento del generale tedesco Kreipe ci sono i pranzi pantagruelici, qui c’è la fame. Là un allegro cameratismo coronato dall’esito positivo della vicenda, a sua volta episodio della vittoria finale, qui diffidenza e solitudine e un opprimente presagio di sconfitta.
Saul Stucchi
- Laurie Lee
Un momento di guerra
Traduzione di Fabrizio Ascari
Adelphi, collana Fabula
2018, pp. 141, 16 €
In copertina: Arlaiz, Soldati baschi dell’Ejército Nacional a guardia di una collina (1936).
UC San Diego Library, Southworth Spanish Civil War Collection.