Avevo lasciato Georges Simenon che attraversava il Vecchio Continente in ebollizione nei panni di giornalista. Erano i primi anni Trenta del Novecento. Adelphi ha riunito alcuni di quegli splendidi reportage nel volume “Europa 33”, pubblicato nella collana Piccola Biblioteca.
Adesso lo ritrovo come romanziere, autore de “La fattoria del Coup de Vague” che la stessa casa editrice ha pubblicato, questa volta nella collana Biblioteca Adelphi, con la traduzione di Simona Mambrini.

Sono trascorsi soltanto pochi anni, una manciata, tra le due opere. Il romanzo è stato scritto infatti nel 1938 per uscire prima a puntate sul settimanale “Marianne” e poi in volume nel febbraio dell’anno seguente. È stato un periodo molto produttivo per Simenon, anche per i suoi standard eccezionalmente elevati. Tra i libri scritti in quei mesi cito almeno “La casa dei Krull” perché – casualmente (ma davvero?) – è stato l’ultimo Simenon che ho letto l’anno scorso, il ventisettesimo del 2020…
“L’attività di giornalista e romanziere lo trascina in un esaltante dinamismo creativo, con grande soddisfazione dei suoi lettori. Viaggia per procurarsi il materiale degli articoli che scrive per i giornali parigini. Viaggia soprattutto per incontrare gli uomini nella loro realtà quotidiana. Nel 1932 però si rifugia a Marsilly, nei pressi di La Rochelle, dove affitta per tre anni una proprietà di campagna, La Richardière“, scrive Freddy Bonmariage in “Georges Simenon. Fotografie di viaggio. 1931-1935”, pubblicato da Archinto. “La fattoria del Coup de Vague” è uno romanzi scritti in Dordogna.
Atmosfera à la Simenon
I lettori di Simenon sanno con certezza di ritrovare in ciascuno dei suoi romanzi “quell’atmosfera”, ovvero l’ingrediente che rende saporite le sue ricette letterarie e le fa piacere a milioni di persone in tutto il mondo. La costruisce con poche parole piazzate nei posti giusti e già nel giro di alcune pagine si è intrappolati nella sua rete.
L’atmosfera – la ricetta della casa – è infatti una ragnatela che di pagina in pagina gira attorno alla mosca che vi è rimasta impigliata. Ne “La fattoria del Coup de Vague” è Jean, un ragazzotto grande e grosso che vive con le zie perché orfano della madre, morta nel darlo alla luce. Del padre, chissà…
Impalpabile ed eterea, eppure perfetta nell’elaborazione e nella realizzazione, la trama avvolge il protagonista tanto quanto il lettore. Diavolo di un Simenon! L’incubo di tutti gli scrittori che vorrebbero avere il suo dono, uno stile all’apparenza semplice e invece meticolosamente calibrato. Nulla è fuori posto.
Prendiamo per esempio i punti di sospensione, di cui Simenon è il maestro assoluto. A volerle contare risulterebbero una decina soltanto le pagine – sulle circa 130 del romanzo – senza una frase che finisce con i puntini… Finisce e non finisce, in realtà! Sta al lettore proseguirne il senso. È come sentire nell’aria ancora il propagarsi delle note quando la musica è ormai finita. E poi le descrizioni. Leggete questa:
Come tutti i giorni, spuntò il sole, ma loro nemmeno se ne accorsero. Ci erano talmente abituati, come anche al paesaggio, che non ci facevano più caso. Un sole luminosissimo, un cielo che, pur essendo meno azzurro che altrove, era di una purezza assoluta.
Vero è che si muovevano in un mondo fuori dall’ordinario: né sulla terraferma né sul mare, e l’universo, smisurato eppure in apparenza deserto, sembrava l’immensa valva di un’ostrica, con le stesse sfumature iridescenti, verdi, rosa e azzurre, che si fondevano come nella madreperla.
L’Île de Ré, per esempio, o meglio la sottile fila di alberi che se ne scorgeva, sembrava sospesa nello spazio, simile a un miraggio.
La fattoria del Coup de Vague era quasi altrettanto irreale: una casa rosa, di un rosa troppo intenso, con un filo di fumo che prolungava il comignolo al di sopra della spiaggia di ciottoli, dove di lì a poco i carretti avrebbero ripreso contatto con la terraferma”.
Teatrino delle apparenze
Quella realtà quasi irreale è l’ambiente che fa da sfondo alla vicenda di Jean e delle sue due zie, Émilie e Hortense. Ma con loro ci sono anche Marthe e i suoi genitori, più altri personaggi che sarebbe ingeneroso definire comparse (su tutti il vecchio alsaziano Kraut e il viscido Jourin). Quella in cui vivono è una società asfissiante in cui vige una placida ipocrisia, almeno per Jean.
Ciascuno però contribuisce di suo nel tenere in piedi questo teatrino delle apparenze, in cui si è tenuti “…a fare le cose come si deve…”. Per esempio indossare cappello e guanti per fare visita a due vicine che vivono a soli seicento metri di distanza. E fare le domande e dare le risposte come da copione, perché “le parole non avevano importanza. Ciò che contava era il cerimoniale”.
Fare le cose come si deve, anche quando si commette un errore, anzi, tanto più in queste occasioni. “Si può fare tutto, ma non si può dire tutto” ricordo che disse a mo’ di ammonimento, tanti anni fa, una signora anziana a mio padre che allora sfiorava i sessanta… Ecco, in quella società chiusa – anche se intrattiene rapporti con il mondo là fuori, fino all’Algeria – si devono seguire le consuetudini, più normative delle leggi.
Consuetudini che governano anche le “distrazioni”: “E così, da generazioni, il boschetto della Richardière…”.
Un paese diviso
Pur se di segno opposto, sono consuetudini anche quelle che reggono l’universo parallelo del Café de la Poste, frequentato da quelli che a Jean sembrano dei dell’Olimpo. Qui spadroneggia Justin che gode nel dare scandalo e mettere in imbarazzo gli altri. Il paese è diviso in due gruppi, da una parte quelli del Café de la Poste, dall’altra i paesani che “vivevano dietro i muri bianchi delle case, dietro le persiane verdi” (“Persiane verdi” è il titolo di un altro romanzo di Simenon, pubblicato nel 1950).
Ma è la fattoria del Coup de Vague il regno delle consuetudini, in cui la vita è regolata al minuto, tanto da sembrare un convento.
Ognuno era al posto che gli spettava nel momento in cui doveva esserci. I gesti si susseguivano con un’armonia prodigiosa, che non lasciava trapelare né lo sforzo né la pianificazione.
Mai visto niente del genere altrove. Nemmeno quella regolarità in ogni cosa, quell’ordine così meticoloso da sembrare prodotto dall’ordine eterno, che si trattasse della posizione di un foglio di carta assorbente o del bricco del latte. Persino gli odori avevano il loro posto”.
“C’era sempre una pentola sul fuoco e buoni odori di cucina che si diffondevano per la casa”, leggiamo nelle prime pagine. A cui risponde, verso la fine, questo passaggio: “La casa era surriscaldata. La cena cuoceva a fuoco lento, come le loro vite”.
Eppure zia Hortense intravede già i segni di disgregazione di questo mondo che di lì a poco sarà travolto dalla guerra.
Saul Stucchi
Georges Simenon
La fattoria del Coup de Vague
Traduzione di Simona Mambrini
Adelphi
Collana Biblioteca Adelphi, 716
2021, 142 pagine
18 €