
Nell’incontro pomeridiano che ha fatto da presentazione allo spettacolo Per non morire di mafia, Margherita Rubino, autrice della versione scenica tratta dall’omonimo libro del Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso, aveva spiegato che il monologo è una selezione degli episodi teatralmente più efficaci dell’opera, aggiungendo che la mafia teme la comunicazione, in particolare attività pubbliche come questo spettacolo che lei stessa ha definito “veramente magnifico”.
Ha avuto parole di elogio per la “divina lucidità e chiarezza” del Procuratore, sottolineando che nello spettacolo non c’è una parola che non sia del libro. Quella di Grasso – ha detto – è “un’antimafia della speranza” e lui ha un’eccezionale capacità di infondere negli altri l’ottimismo che sostiene il suo operato. Non è però uno spettacolo didattico e questo particolare, insieme al talento dell’interprete Sebastiano Lo Monaco, concorre a farne “un’operazione profondamente riuscita”.
Sul palco del Teatro Carcano di Milano, insieme a lei c’erano il regista Alessio Pizzech, l’attore Sebastiano Lo Monaco e Nando dalla Chiesa, che presiede la commissione contro le infiltrazioni mafiose negli appalti per l’Expo 2015. Più tardi è arrivato anche il sindaco Giuliano Pisapia, accolto da un caloroso applauso del pubblico.

Ma la standing ovation è arrivata solo al termine dello spettacolo, quando Lo Monaco ha chiamato sul palco il Procuratore Grasso. È però ora di parlare del monologo che prende avvio con un gioioso “liberi tutti” che ricorda l’ingenua innocenza del piccolo Piero, arrivato a conoscere la mafia “un poco per volta”. “Io sono siciliano”, dice l’attore, immedesimandosi nel Procuratore; anzi, diventando il Procuratore.
Non ne imita la voce, né ne copia i gesti, epperò è lui quando racconta la sua vita e l’evoluzione della mafia, alla quale seguiva, con uno sfasamento che denunciava un ritardo tanto politico quanto culturale e sociale, quella dell’antimafia.
Dal secondo dopoguerra agli anni Sessanta l’atteggiamento imperante era quello di minimizzare e la giovinezza di Grasso è trascorsa in un periodo di violenza dilagante e di onnipresenza di Cosa Nostra. Il tono dell’attore muta quando impersona il factotum di Barrafranca e si fa più leggero, per poi riprendere il filo del racconto.
È all’inizio degli anni Settanta che la mafia alza il tiro, arrivando a colpire direttamente la magistratura.

Nella società siciliana Cosa Nostra occupa il posto lasciato vacante dallo Stato e si “premura” di amministrare una propria forma di giustizia, facendo indagini, individuando i colpevoli di reati minori (come furti e borseggi) e infliggendo loro punizioni esemplari che spesso sono sentenze di morte inappellabili: è il caso dello sfregiatore di una ballerina cecoslovacca, il cui fidanzato era stato erroneamente messo in galera dalle forze dell’ordine.
“L’ordine è Cosa Nostra” è questo il messaggio che la mafia vuole veicolare, riuscendoci. Sono gli anni della mattanza: si ascolta con profonda emozione il triste rosario dei nomi delle vittime, recitato dalla voce di bambini.
La conoscenza della mafia a quel tempo avveniva solo per via indiretta, ovvero attraverso i suoi crimini. Ci vuole la collaborazione di Tommaso Buscetta per illuminare le tenebre che nascondo i segreti di Cosa Nostra: è lui che nel 1984 fornisce le chiavi di lettura per comprendere la cultura mafiosa.
Ma ai primi successi si accompagnano frustrazioni, la rinuncia a una vita normale, paure e angosce per le vigliacche minacce ai propri familiari. Forte è la sensazione di emarginazione; emblematico è l’episodio del riconoscimento del giudice da parte di una coppia in una sala cinematografica, con la moglie che dice al marito: “Guarda, quello è il giudice Grasso. Spostiamoci: non si sa mai!”.

Il Maxiprocesso è la summa di anni di lavoro e di indagini, ma soprattutto di sacrifici. Eppure durante lo svolgimento non sono mancati i momenti esilaranti (“pirandelliani”, verrebbe da dire), come il paventato attentato in aula a colpi di frutta: “porgiamo il petto di fronte ai mandarini!”, aveva esortato qualcuno…
Senza mai rinunciare alla forza rigeneratrice dell’utopia (mentre “l’indifferenza è il peso morto della storia”), il Procuratore è riuscito a infliggere colpi durissimi a Cosa Nostra e a ridare speranza alla società civile. E quando Lo Monaco ruota l’immensa lavagna su cui ha tracciato l’evoluzione della mafia, appare uno specchio rivolto verso il pubblico che si vede nella versione aggiornata – contemporanea – del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, come a dire: la società siamo noi e a noi spetta la lotta alla criminalità organizzata.
Per non morire di mafia; ma soprattutto per non viverne.
Saul Stucchi
Dal 9 al 20 novembre 2011, Sebastiano Lo Monaco sarà in scena al Carcano con lo spettacolo Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello. Informazioni sul sito del teatro.
Per non morire di mafia
- di Piero Grasso
- regia di Alessio Pizzech
- con Sebastiano Lo Monaco
- Produzione Sicilia Teatro
- Versione scenica di Nicola Fano
- Adattamento drammaturgico di Margherita Rubino
- Musiche di Dario Arcidiacono
- Scene di GiacomoTringali
- Costumi di Cristina Darold
8 novembre 2011 ore 20.30
Teatro Carcano
Corso di Porta Romana 63
Milano
Informazioni e prenotazioni:
Tel. 02.551 81 377
www.teatrocarcano.com
La foto dello spettacolo è di Margherita Mirabella; le altre di Saul Stucchi.