Sesta parte del reportage di Marco Grassano sulla Provenza.
Torniamo al ristorante Clémentine, per il pranzo, in una torrida giornata di luglio: “On est à plus de 40”, ha osservato poco fa una cliente del Café du Progrès, consultando il termometro appeso al muro. Ci sistemiamo fuori, sulla terrazza-giardino. I tavoli sono ombreggiati da gazebo. La siepe verde scuro si illumina di smeraldo nei punti in cui il sole attraversa qualche foglia sporgente. A picco sotto di noi, la valle. I campi, adesso, sono coperti di coltivi. Con la loro mite floridezza, trasmettono una sensazione di rilassato benessere. Puntandolo dritto, lo sguardo vola sul progressivo corrugarsi dell’orizzonte. In fondo emerge, nitido nell’aria inaridita, il Mont Ventoux.
La mostra di André Roubaud
Oltrepassando il portone che si apre sullo scantinato del palazzotto di fronte, visitiamo la personale del pittore André Roubaud. Paesaggi dall’andamento sinuoso. Scorci di mercati paesani. File di barche a strisce vivaci, liquidamente duplicate dalla scura superficie di una darsena. Alcuni degli olii sono stati dipinti a pennello. Altri, nei quali si tende ad accentuare i contrasti, rendendoli schematici, appaiono tracciati a spatola. I colori suscitano comunque emozione.
Ci soffermiamo a conversare con l’artista, già sulla sessantina, complimentandoci per la sua resa cromatica. Lui ci dice che le stagioni adatte per dipingere la campagna sono soprattutto la primavera e l’autunno, in particolare il periodo tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. In luglio, i colori vengono bruciati dal rude eccesso di luminosità.
L’estate può andar bene per le vie di paese, dove i ritagli d’ombra plasmano effetti di chiaroscuro sui quali “costruire” il quadro. Se proprio si vuole andar fuori, invece, bisogna farlo il mattino presto o verso sera, altrimenti tutto si scioglie nel bagliore. Ricordo, in effetti, un paesaggio estivo di De Stäel, dipinto da queste parti: sulla tela, invasa da superfici tendenti al bianco, si distinguono chiaramente solo le chiazze nerastre rappresentate dal fondo di una cunetta e dal piede di un albero.
La mostra di Bob Châtelain
Alla torre dell’orologio, una locandina ci adesca col richiamo di una seconda mostra – di Bob Châtelain, stavolta. Esaminiamo una serie di intensi acquerelli. Paesaggi provenzali, evocati da un tratteggio ridotto al minimo: scabre colline di terra rossa e di rocce biancastre, sulle cui pendici si aprono i ventagli grigioverdi degli ulivi. Le scene sono lambite dall’alone giallo, vermiglio e roseo del cielo al tramonto.

Un album fotografico esibisce il pittore (biondiccio, baffuto) in compagnia del Ministro della Cultura, del Deputato-Sindaco e di altre alte personalità. In un faldone a parte sono invece raccolti i ritagli delle recensioni e le lettere di ringraziamento. Una è firmata nientemeno che dal Presidente Chirac. Annoto una breve frase sul registro delle visite: “Guardare i Suoi quadri è sentire la poesia dei colori – il ritmo, il senso, la sublimazione delle impressioni. In questo consiste l’arte”.
Cominciamo a chiacchierare anche con lui. Ci racconta di aver esordito con un figurativo convenzionale. Poi si è lasciato tentare dall’apparente trasgressione dell’astratto, dietro la quale è facile barare. Infine è tornato a un figurativo più sobrio, più maturo.
Così conclude: “Sbagliavo, prima, a rincorrere i gusti del pubblico. Certo, vendevo di più, ma quello che facevo non mi convinceva. Adesso mi interessa poco vendere, quello che conta è riuscire a esprimermi come voglio. Chiaramente, per avere questa libertà è necessaria un’altra occupazione, non si deve vivere di sola pittura. Ma è meglio così. Non lavoro mai en plein air, solo in studio. Annoto appunti visivi, quindi lascio decantare le sensazioni nel ricordo, e solo alla fine dipingo. Non una rappresentazione del paesaggio com’è, quanto piuttosto un’immagine delle emozioni che il vederlo mi ha lasciato”.
La chiesa di Ménerbes
Eccoci alla chiesa, massiccia, sovrastata da un campanile tozzo. La guida la indica come risalente al XVI secolo, ma dall’aspetto si direbbe più antica. Troviamo la porta aperta. L’interno si presenta spoglio, essenziale. Eppure, questa sua frugalità quasi francescana possiede una sorta di lieta grazia, messa in risalto dal getto diafano della luce che irrompe attraverso i battenti spalancati.

Ai due lati dell’ingresso, alcuni pannelli dipinti appaiono freschi di restauro. Altre tele avrebbero urgente bisogno di un ripristino, e per questo si chiede il contributo dei fedeli. Facciamo una modesta offerta, prelevando in cambio un opuscoletto fotocopiato, con la storia del tempio. Osserviamo il pulpito, l’altare, qualcuna delle cappelle laterali – San Giuseppe, il Sacro Cuore… – e il fonte battesimale, piacevolmente semplice.
Usciamo e ci spostiamo dietro l’abside, su un terreno sconnesso, costellato di pietre e di scorie, che scende a perdersi, passando sotto un androne sormontato da un poggiolo, in un disordine di bassi ciuffi cespugliosi. Da qui si coglie l’ennesimo scorcio della vallata nord. A pochi metri, nel cimitero sempre verde, due cipressi rilasciano all’aria calda del tardo pomeriggio il loro intenso aroma resinoso.
Giriamo ancora un po’ fra le vie. A sud, oltre un gonfio e crespo cumulo di fronde, i gradoni di una cava marcano la roccia come ampi freghi di gesso. Dal cocuzzolo orientale del borgo, sempre rivolti a meridione, dominiamo una melodia livellare di tetti: sono quelli dei rioni più bassi, avvolti in tonde pieghe orografiche bruscamente contrastate dal taglio di luce obliquo del sole declinante.
Qui di fianco, la casa in ristrutturazione di un certo Paolo De Paolis, facoltoso e fortunato compatriota. Nella via principale, a pochi passi dal Clémentine, una cartoleria espone riproduzioni degli acquerelli – delicatamente verdini e azzurrognoli – di tale Antoine Scantamburlo.

Dev’essere originario di Venezia. Anche lui dipinge paesaggi. Proseguendo, e inerpicandoci poi per una stradina inghiaiata, finiamo in una radura completamente avulsa dal paese, che pure si trova a poche centinaia di metri. Vi apprezziamo un’invitante – ma chiusa – casupola di pietra. In un’altra viuzza, più in basso, fotografiamo una farfalla giallognola e rossiccia mentre si posa su una foglia del fico cresciuto lungo lo scoscendimento laterale. Case ristrutturate o da ristrutturare in vendita un po’ dovunque: chissà a che prezzo, però.
Il pericolo del turismo di massa
Ménerbes è bello: forse il più bello, nella sua scontrosa assenza di fronzoli, tra i villaggi del Lubéron. Tuttavia, per i miei gusti, si sta turistizzando troppo. Scendendo alla posta, incontriamo diversi negozi che vendono solo generi per visitatori di bocca buona: poster, magliette, ninnoli, piattini ricordo. L’importante è che l’insieme non venga snaturato troppo, che le case siano recuperate – come in effetti sta avvenendo – senza stravolgere le loro caratteristiche, che costumi e gusti locali trovino il giusto rispetto e non debbano farsi parodia di sé stessi per compiacere i villeggianti.
Mantenendo intatta la propria antica essenza, il proprio genius loci, Arles rimane in assoluto la cittadina provenzale più ammaliante, malgrado il gran numero di turisti che accoglie ogni giorno. Speriamo che a Ménerbes tocchi lo stesso destino.

Per rientrare ad Aurons cerchiamo un percorso alternativo. Verso Maubec, il sole occiduo filigrana di rosso il metallo incandescente di alcune nuvolette oblunghe. A Taillades, lungo il Canale di Carpentras, un mulino ad acqua, con le robuste pareti già tinte di crepuscolo, abbandona le sue enormi, lente pale alla morbida spinta della corrente.
Sulla statale, dopo Cheval Blanc, notiamo una cresta di roccia aperta in una nuda V. Prima di giungere a Mallemort, vediamo il disco sanguinolento immergersi, con un ultimo guizzo di rorida luce, dietro gli alberi che costeggiano la strada.
Sesta parte – segue.
Marco Grassano
Foto di Marco ed Ester M. Grassano
Didascalie:
- La Torre dell’Orologio
- La Chiesa di Ménerbes
- La casupola nella radura
- Il mulino ad acqua (nel 2016)