Il secondo libro dell’Odissea si apre con lo spuntare dell’alba, quando Telemaco ordina agli araldi di chiamare all’assemblea i Greci. Atena gli riversa una straordinaria bellezza, a confermare una regola che i politici di oggi conoscono fin troppo bene: anche l’occhio vuole la sua parte! (Raccontando il canto II dell’Iliade avevamo già visto i commenti negativi del Poeta sullo sfrontato Tersite che in assemblea non poteva che avere torto, essendo brutto e ridicolo!).
Per primo prende la parola Egizio, ma solo per chiedere informazioni sui motivi dell’adunata e per offrire lo spunto a Telemaco. Il giovane commuove tutti, tranne Antinoo che si leva per controbattere, accusando Penelope di prendere in giro i pretendenti: “conosce troppe astuzie”. La donna si dimostra dunque degna compagna del più furbo degli eroi greci, ma pare che la brillante coppia non abbia trasmesso al rampollo questa loro caratteristica: Telemaco, infatti, appare al lettore moderno come un bamboccione che vive ancora in casa dei genitori. Che sia lui l’antenato degli odierni choosy boys?
Antinoo rievoca lo stratagemma della tela filata di giorno e disfatta di notte e intesse uno strano elogio della tanto ambita Penelope. Sa compiere lavori bellissimi, ha un animo nobile e sa ragionare come nessun’altra donna, comprese quelle antiche (quasi a smentire che i rivali pensino soltanto a portarsela a letto…). Da parte sua Telemaco ribatte che non può rimandare la madre nella casa paterna e invoca contro i pretendenti la punizione degli dei, confermata dall’improvvisa apparizione di due aquile. Aliterse (nomen omen, verrebbe da dire…) interpreta il presagio come funesto per i rivali, ma Eurimaco non si lascia impressionare. L’assemblea va avanti senza che le due opposte fazioni trovino una qualche soluzione di compromesso e Mentore, “un uomo giusto”, se la prende apertamente con i molti che non hanno la forza di opporsi ai pochi, quella maggioranza silenziosa – diremmo noi – che si rende complice dei peggiori per pavidità e quieto vivere.

Sciolta senza un nulla di fatto l’assemblea, Telemaco invoca l’aiuto di Atena che gli appare sotto le sembianze proprio di Mentore per rincuorarlo e sollecitarlo a intraprendere il viaggio a Pilo e a Sparta. Quando torna a casa vi trova i rivali che lo deridono, augurandosi che scompaia come il padre. Il giovane ordina alla fida dispensiera Euriclea di preparargli le provviste per il viaggio: dodici anfore di vino e venti misure di grano macinato. Euriclea è un personaggio tutt’altro che secondario, tanto da meritarsi uno dei Profili omerici di Lidia Storoni Mazzolani (Rizzoli, 1978), da cui citiamo questi due passi: “Euriclea è l’esemplare più cospicuo di quella qualità nobilissima che rifulge nell’epica antica, la devozione”. “La governante sagace, operosa, devota: ecco una ‘maschera’ della commedia e della vita che nasce con Euriclea e ai nostri giorni si dilegua” (pag. 92).
Nel frattempo Atena non se ne sta inoperosa ma, prese le fattezze dello stesso Telemaco, va per l’isola a reclutare compagni, fa calare il sonno sui pretendenti e torna a incitare il figlio di Odisseo, rimessi i panni di Mentore. La nave salpa e compie il tragitto di notte, sospinta dal vento favorevole mandato dalla stessa dea.
Saul Stucchi
I versi più belli:
Lei di giorno tesseva la grande tela,
ma di notte la disfaceva, tenendosi accanto delle fiaccole,
e per tre anni interi illuse i Greci”. (II, vv. 104-106)Omero
- Odissea
- Autore: Omero
- Traduzione di Dora Marinari
- Commento di Giulia Capo
- Prefazione di Piero Boitani
- Copertina flessibile: 628 pagine
- Collana: Visioni
- Lingua: Italiano
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