
Una luna quasi piena sabato notte ha salutato la terza e ultima rappresentazione del Riccardo III di Shakespeare per la regia di Massimo Ranieri, quarto appuntamento di prosa della 65esima edizione dell’Estate Teatrale Veronese. L’attore e cantante napoletano ne è stato anche protagonista, conferendo al diabolico Duca di Gloucester i tratti di un istrionico politico in doppio petto (chissà se il taglio dell’abito è un voluto richiamo al più istrionico di tutti gli italici rappresentanti del “Popolo Italiano”). L’inverno della nostra frustrazione (per citare il celeberrimo incipit “the winter of our discontent” nella traduzione di Masolino d’Amico) non può che generare mostri, ma Ranieri sceglie di privilegiare il tono della commedia, come a voler dire che gli eccessi della tragedia della Guerra delle Due Rose non possono che avere un esito grottesco. Un grottesco grondante sangue, beninteso, ma non tutto innocente.
Se Riccardo infatti si nutre della vita altrui per placare la sua fame di potere (ma Shakespeare è un maestro insuperato nel mettere in scena la vanità di questo tentativo), i nobili inglesi fanno una pessima figura, presi uno per uno o peggio ancora in gruppo. Quando si giurano reciproca fedeltà ed eterna alleanza davanti al debole re hanno la stessa credibilità dei ministri dorotei: sono pronti ad accoltellarsi col sorriso sulle labbra. La gibbosità della schiena del Duca sta a mostrare la deformità della sua anima, ma i compari con cui divide la strada verso il trono o quelli che gli si parano davanti come ostacoli destinati a cadere come birilli sono soltanto meno ambiziosi e meno svegli di lui, non certo migliori. “Sono tutti spettatori di questa folle rappresentazione” (per usare le parole della Regina Margherita): comparse che non hanno il coraggio di esserne protagonisti. E il king-maker Buckingham esaurirà la sua carica con l’intronizzazione di Riccardo. Come un gregario che tira la volata al capitano, le sue energie vengono meno una volta raggiunto l’obiettivo e la scaltrezza che aveva prima si volatilizza nel fumo delle sigarette (a proposito: quanto hanno fumato in scena!).
Anche le donne sono trascinate nel gorgo della violenza cieca che accompagna ogni guerra civile. Nella celebre scena del corteggiamento, Riccardo e Anna sembrano freschi innamorati che momentaneamente si rinfacciano dei torti: eppure quella su cui si rincorrono, rimanendo seduti, non è la panchina di un parco ma la bara del marito di lei, assassinato da colui che ora la corteggia. La parola vince su tutto perché sa abbattere anche le difese apparentemente insuperabili. E in abilità retorica Riccardo batte l’Antonio dell’orazione funebre per Giulio Cesare: è più difficile, infatti, convincere un singolo che una moltitudine (è una delle “leggi di Erodoto” su cui ha indagato il grande reporter Kapuściński).
Le musiche di Ennio Morricone sottolineano a ritmo di tamburo l’aspetto marziale del dramma, mentre la struttura rotante al centro del palcoscenico consente rapidi cambi di scena e pare alludere alla ciclicità della Fortuna. Unici punti deboli la scena del colloquio con il sindaco di Londra, in cui la virata verso la commedia oltrepassa il segno rischiando di precipitare verso la sit-com televisiva (italiana) e le troppe battute smozzicate da Ranieri, soprattutto nella seconda parte dello spettacolo. L’allestimento però è convincente e il monologo in cui Riccardo si confessa vittima dell’amor proprio – il momento più intenso dello spettacolo – è memorabile.
Saul Stucchi
Teatro Romano di Verona
17 – 18 – 19 – 20 luglio 2013, ore 21.15
Estate Teatrale Veronese
Informazioni
www.estateteatraleveronese.it