L’editoriale “L’ALIBI della domenica” è dedicato questa settimana alla prima domenica di lockdown 2.0.
È il Mediterraneo il fil rouge – ma sarebbe più corretto dire fil bleu – che tiene insieme gran parte delle cose che ho fatto in questa prima domenica in lockdown versione 2.0. Noi si vive in una “zona rossa”. Anzi, a leggere i dati di questi ultimi giorni, quella di Monza e della Brianza detiene il per nulla ambito titolo di provincia con il maggior numero di nuovi contagi. Profondo rosso. Per fortuna è arrivata dall’altra parte dell’Atlantico la notizia di un’onda blu tranquilla ma potente. Speriamo di poterne sentire i benefici anche in questa parte di mondo. Nel frattempo un po’ di sana cultura.
La lettura quotidiana di “Giuseppe in Egitto” di Thomas Mann mi ha condotto in uno dei momenti più intensi del romanzo, terzo capitolo della tetralogia “Giuseppe e i suoi fratelli” (che leggo nell’edizione Meridiani). La bella Mut-em-enet, moglie di Potifar, si è accorta di Giuseppe e questo non è affatto un bene, né per lui, né per lei. L’ha addirittura sognato in un sogno che non richiede il genio di Freud per essere interpretato. “Nella nostra storia i sogni hanno un ruolo decisivo”, scrive Mann.
Ho ascoltato l’album “Mediterraneum” del gruppo Capella de Ministrers diretto da Carles Magraner (che suona la viella e la viola): “cronaca di un viaggio medievale. Oriente, Africa e Sicilia di Ramon Llull” o Raimondo Lullo (1232-1316). Le atmosfere sono quelle di “Mare Nostrum” di Jordi Savall, con Montserrat Figueras, Lior Emaleh e il gruppo Hespèrion XXI. di cui avevo scritto in un editoriale lo scorso marzo: “Ascoltate Ordine e Savall: nessun uomo è un’isola”. Anche quello ispirato dal tema del confinamento.
Prima di pranzo ho fatto una passeggiata tra i campi attorno al paese. Forse ho anche incrociato un signore greco. Era seduto su una panchina e magari stava pensando alla sua Itaca, adesso lontana nel tempo e nello spazio. Molto più breve è stato il mio tragitto odierno. In effetti non ho consumato molte calorie, ma mi sono sentito meno in colpa davanti alla doppia porzione di lasagne della suocera.
Ho letto alcune pagine di “Mediterraneo, mare interiore” di Manuel Vicent (Feltrinelli). Ne riporto una breve citazione: “…il Mediterraneo è soltanto un mare interiore che tutti conserviamo nella memoria. Si preserva dentro ciascuno di noi”.
Sul quotidiano El País ho letto un pezzo di Gregorio Belinchón sul nuovo film di Pablo Maqueda (classe 1985), intitolato “Dear Werner”. È stato proiettato alla 17esima edizione del Festival del Cinema di Siviglia. Racconta del viaggio a piedi dello stesso Maqueda da Monaco a Parigi, ricalcando quello compiuto da Werner Herzog nel 1972. Il regista tedesco, non appena avuta la notizia che la critica cinematografica Lotte Eisner era gravemente malata, decise di raggiungerla a Parigi, convinto che compiendo il viaggio a piedi sarebbe guarita. In effetti lei si riprese: sarebbe morta più di dieci anno dopo, nel 1983 a 87 anni.
Sul País Semanal (il settimanale del giornale) ho letto invece la lunga intervista di Juan Cruz allo scrittore e poeta libanese (naturalizzato francese) Amin Maalouf. Un’immagine del servizio raffigura una fotografia in cui lo scrittore è decorato dal presidente Macron, con tanto di sua dedica. Ma ad attrarre la mia attenzione sono stati i dorsi dei libri della collana “Dictionnaire amoureux” dell’editore Plon. Ho riconosciuto il volume “Dictionnaire amoureux de la Méditerranée” di Richard Millet (2015). Sulla costa è ben visibile la miniatura di un’opera di Nicolas de Staël, “Agrigento” (cercatela in rete).

Nel pomeriggio ho visto sul sito della Cineteca di Milano il film “Yomeddine” di Abu Bakr Shawky (anch’egli, come Maqueda, classe 1985), in arabo con i sottotitoli in italiano. Presentato in collaborazione con Festival Cinema Africano, Asia, America Latina, racconta il viaggio verso il sud dell’Egitto di una strana coppia, formata da un adulto colpito e devastato dalla lebbra quando era bambino, Beshay, e da un ragazzino orfano, di nome Obama, “come quello della TV”. Il film si apre su una montagna di immondizia, ma ben altri – e peggiori – saranno i rifiuti con cui avranno a che fare i due protagonisti. Per fortuna conosceranno anche la solidarietà e la sensibilità degli ultimi. Se vi capita, non perdetevelo.
Per chiudere la domenica a cena pizza rigorosamente fatta in casa e una puntata del Tenente Colombo. Per me e la mia “editora” sarà come riportare indietro l’orologio di vent’anni, quando con questa abbinata celebravamo il nostro rito laico del sabato. Ma prima c’è tempo per le note del “Mare Nostrum” di Paolo Fresu, Jan Lundgren e Richard Galliano.
Sì, il Mediterraneo è un mare interiore.
Saul Stucchi
L’immagine del film “Yomeddine” è presa dal sito del Festival del Cinema Africano, Asia e America Latina