Terza parte del reportage di Marco Grassano su Iraklio, a Creta.
Per la cena, pensiamo di andare nella zona del porto. Al negozietto di ortofrutta svoltiamo verso il Museo e il lungomare. Pochi metri dopo, alzando lo sguardo, vedo di straforo, su un’insegna ovale, la parola αυλή. Mi arresto di colpo, e leggo con più attenzione: Η αυλή του Δευκαλιώνα. Dunque, la taverna (“Il Cortile di Deucalione”) che per me, vent’anni fa, era stata un’esperienza da ricordare esiste ancora! Lo dico con entusiasmo a Ester, e decidiamo di fermarci qui.

Il Cortile di Deucalione
Contro il muro di pietra che precede l’ingresso del locale, un’antica fontana dalle fiorite decorazioni turche. Tavolini esterni, già chiassosamente occupati. Ci accomodiamo dentro. Il pavimento è in parquet. Le pareti simulano, come allora, una piazzetta: finte persiane chiuse, uno scorcio di caseggiato dipinto, una pergola artificiale in alto. Un bouzouki e una chitarra appesi a un gancio. Poggiata nell’angolo vicino al bancone, la fisarmonica che Deucalione suonava “quando ne aveva voglia”, come faceva Zorba col suo sandouri.
Il nostro tavolo è coperto da una tovaglia a quadri e da un’altra bianca posata sopra, di traverso. Le sedie di legno sono da osteria, con lo schienale a listelli, impagliate. Si avvicina un’incaricata che indossa una maglietta nera, i lisci capelli raccolti in uno chignon. Dico che ero venuto qui tanto tempo fa, quando c’era Δευκαλιώνα. “Oh, c’è ancora!” replica lei. Le domando se suona sempre l’accordéon. “A volte, quando se la sente” mi risponde. Nulla è cambiato, insomma.

Ordiniamo: zuppa di verdure, involtini di foglie di riso, insalata greca, polipo alla brace, una bottiglietta di retsina. Ci portano subito il cesto del pane. Mi viene da canticchiare la melodia di Mikis Theodorakis su versi di Iàkobos Kampanéllis: “Το ψωμί είναι στο τραπέζι, το νερό είναι στο σταμνί”, cioè “il pane è sul tavolo, l’acqua è nella brocca”.
Ester si sorprende che la parola moderna per dire “acqua” non abbia nulla a che fare con l’antico ὕδωρ. Io le cito un’altra canzoncina, molto popolare: “Ενα νερό, κυρά Βαγγελιό, ένα νερό, κρύο νερό…” – un po’ d’acqua, signora Evangelina, un po’ d’acqua, acqua fresca…
Piatti buoni e abbondanti
I cibi arrivano. Sono davvero buoni, e le porzioni estremamente abbondanti: la zuppa mi viene servita non in una ciotola, ma in un’insalatiera; gli ortaggi sono accompagnati da grandi fette di formaggio feta; il polipo, molto tenero, ha un contorno di riso con mais, patatine fritte, pomodorini, lattuga e cipolle dolci; i numerosi involtini vanno spalmati con la salsa tsatsiki di yoghurt e cetrioli, posta nel piatto. Il vino resinato, invece, non mi fornisce più le euforizzanti suggestioni gustative di allora. È certo la mia percezione a essere diversa.
Entra una ragazza magra e bionda: parecchio somigliante a mia cugina Simona, come notiamo subito, ma non è lei.
Viene al tavolo un altro cameriere, a chiederci se va tutto bene. Cerco di raccontare anche a lui di aver scoperto il locale anni fa, e di avere scritto, su una rivista di rete, un articolo in cui ne parlavo con entusiasmo; lo accompagnava un’istantanea di questa stessa sala, scattata dal figlio di Deucalione, che faceva – o fa – il fotografo (in effetti Stavros Markopoulos è fotografo naturalista, ndr). Non so se riesce a capirmi del tutto. Mi sento frustrato a muovermi in un Paese senza padroneggiarne minimamente la lingua.
Il dessert (επιδόρπιο) ci viene offerto gratis: melone deliziosamente dolce e frittelline sferiche al miele e sesamo, squisite. Il tutto per soli 18 euro a testa…
Passeggiata sul molo

Siamo talmente sazi che, prima di andare a letto, dobbiamo fare una bella camminata sul molo. Passiamo lungo la via interna, orlata di palazzi insolitamente alti, in confronto al resto della città. Auto parcheggiate con dubbia correttezza. Raggiungiamo il lungomare. Dopo i chioschi per bibite e cibi imbocchiamo la diga frangiflutti. Sulla parete esterna, distanziate, lampade al neon dalla luminosità fioca ma più che sufficiente. Gruppi di ragazzini vi ascoltano canzoni locali.
Nella darsena, schierate lungo la banchina, piccole imbarcazioni da diporto. La massiccia, merlata fortezza veneziana (Ενετικό Φρούριο Κούλες). In questo tratto, diversi pescatori all’opera, accompagnati dalla loro discreta musica rembétika. Non vedo più il relitto semiaffondato di allora. Rubinetti per l’acqua potabile. Contenitori per deporvi i rifiuti. In almeno due punti, una scaletta conduce ai bagni pubblici, aperti e ben rischiarati. Anche quest’area è stata nettamente migliorata.

Proseguendo, incontriamo il busto in bronzo, patinato di verde, di un personaggio che l’iscrizione sul cippo qualifica come “politico meccanico” (πολιτικός μηχανικός), qualsiasi cosa l’espressione significhi. Mi viene in mente un bizzarro personaggio del paese di mia madre, ora facente parte del mio Comune, che una volta, nel candidarsi a un’elezione provinciale, si definì “geometra cattolico”.
Torniamo pian piano indietro e ci corichiamo, addormentandoci quasi subito. Alle sette del mattino, dalla finestra aperta sentiamo risuonare il festoso carillon di campane di qualche chiesa: probabilmente la Cattedrale, visto che le distanze nel centro storico sono abbastanza ridotte.
Terza parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano
Didascalie:
- Crepuscolo al porto
- I vicoli notturni